Abbiamo fatto tre domande sulla sanità toscana a Paolo Sarti (consigliere regionale Sì Toscana a Sinistra) e Marco Niccolai (consigliere regionale Partito Democratico).

E’ stata recentemente approvata una parte della riforma sanitaria regionale che prevede la nascita di tre “maxi ASL” in tutta la Toscana; è timore diffuso, nel territorio pistoiese, che la nuova ASL “Toscana Centro” (Pistoia, Prato, Firenze, Empoli), possa tradursi in un accentramento della gestione su Firenze, con minore attenzione e conoscenza delle necessità dei territori periferici, come può essere Pistoia e in particolare le aree meno centrali della sua provincia.
Riconosce anche lei un pericolo di questo tipo?

Paolo Sarti: Questo accorpamento crea dei territori vastissimi: per esempio la ASL Toscana Centro comprenderà più di 1 milione e settecentomila cittadini. In questa situazione il rischio che vengano dimenticate le aree più periferiche è assolutamente reale.
La riforma, fra l’altro, era stata giustificata con la necessità di risparmiare risorse, ma tutti gli organismi di studio internazionale dimostrano ormai che grandi accorpamenti creano solo disordine e lontananza.
Un territorio così vasto non si potrà gestire in modo verticistico, andranno create delle sottodirezioni, e alla fine il risparmio, ammesso che ci sia, sarà di qualche stipendio da dirigente capo. Ma con quali ricadute sui servizi?
Ci saranno territori che contano di più e altri di meno. Fatta la riforma si cercherà di dare un “contentino” a tutti, per non scontentare troppo nessuna delle vecchie ASL. Ma non è di questo che avevamo bisogno.
La Toscana aveva una sanità di eccellenza, con dei problemi da affrontare che non riguardavano certo il numero delle ASL ma, piuttosto, la lunghezza delle liste d’attesa, la scarsità di personale… invece che fare questa riorganizzazione si doveva lavorare sui turni, sull’apertura e la rimodulazione dei servizi.
In questo modo, invece, si asseconda un indirizzo che affida sempre più pezzi della sanità al privato. Anche se non si scrive nella riforma, nei fatti si stanno tagliando sia i servizi sia il personale, attraverso i prepensionamenti.
Stiamo smobilitando una serie di servizi base (come la diagnostica e gli esami) che sono veicolo di accesso al servizio pubblico da parte dei cittadini. Darli al privato, anche se sociale, vuol dire che oggi, per entrare sul mercato, questo privato terrà prezzi bassi. Ma un domani, quando ne avrà, di fatto, il monopolio?

Marco Niccolai (Partito Democratico)

Marco Niccolai (Partito Democratico)

Marco Niccolai: La riforma sanitaria che abbiamo approvato a dicembre rafforza il ruolo della sanità territoriale, dando la possibilità alle Società della Salute di implementare le proprie funzioni nell’alta integrazione sanitaria (dipendenze, salute mentale, non autosufficienza,…). Parimenti assumono un ruolo fondamentale i responsabili di presidio ospedaliero e la necessità di un raccordo tra loro ed i responsabili delle singole zone distretto rispetto all’erogazione di alcuni servizi, ad esempio la specialistica ambulatoriale. Dunque la riorganizzazione delle ASL non impoverisce i territori, ma anzi comporta un ruolo più forte della sanità territoriale, visto che l’ospedalizzazione riguarderà sempre più la sola fase acuta della patologia. I cittadini tengono alla qualità dei servizi sanitari e non alle strutture organizzative, che devono essere funzionali, in un contesto totalmente mutato rispetto ad anni fa anche per quanto concerne le acquisizioni scientifiche, a garantire la qualità delle cure. Essa passa anche dalla possibilità di liberare risorse prima destinate ai costi di funzionamento e gestione a vantaggio invece dei servizi e degli investimenti sanitari. Con la riorganizzazione delle ASL vogliamo raggiungere questi obiettivi.

Ha suscitato molte polemiche, alcuni mesi fa, la proposta del Presidente Rossi di sostituire parte degli infermieri prossimi alla pensione con OSS, operatori socio-sanitari. A giudizio di molti “addetti ai lavori”, al contrario, ci sarebbe bisogno di un sensibile aumento del personale ospedaliero, medico e infermieristico, per far funzionare al meglio i “nuovi ospedali” (come il San Jacopo di Pistoia).
Condivide che ci sia bisogno di nuove assunzioni? In tal caso la Regione dove potrebbe realisticamente reperire le risorse necessarie?

Paolo Sarti: Lo dicevo prima, ci sono troppi nodi che questa riforma non affronta, ma che si stanno realizzando concretamente.
Con la riduzione in atto del personale si stanno affidando competenze specifiche a chi non dovrebbe averne. E non puoi permetterti di far fare agli OSS ciò che fanno gli infermieri, sul lungo periodo questo atteggiamento dequalifica le prestazioni che offri.
In questo quadro, inoltre, è arrivata anche la normativa europea che impone di rivedere i turni, perché dare agli operatori della sanità turni troppo lunghi vuol dire giocare con la salute delle persone. Eppure si sapeva, perché non si è intervenuti prima? Adesso ci troveremo a dover attraversare mesi di caos e riorganizzazione incerta.
L’ampliamento di personale è un tema ineludibile. Ed è chiaro che con questo bilancio la Regione non può comunque farlo.
Il punto è che l’Italia è fanalino di coda in Europa per gli investimenti in sanità. I grandi paesi europei investono in sanità fra il 9 e l’11% del PIL. E noi? Questo è il tema da affrontare: a maggior ragione in tempo di crisi economica e sociale, non si deve tagliare, ma investire in sanità.

Marco Niccolai: La recente legge di stabilità nazionale prevede che entro il 31 dicembre 2016 prenderanno il via i concorsi straordinari per le nuove assunzioni di medici, infermieri e personale tecnico sanitario. Le Regioni già dal 1° gennaio 2016 possono assumere ricorrendo a forme di lavoro flessibile. I contratti di lavoro attivati potranno essere prorogati fino al termine massimo del 31 ottobre 2016. La nostra provincia sconta sicuramente una carenza di personale rispetto ad altri territori e la Regione, proprio in queste settimane, sta facendo la ricognizione delle necessità in termini di personale sanitario in ogni presidio, così da attivare le procedure necessarie tese a dare prime risposte a tali esigenze. Sul punto il nostro impegno di consiglieri regionali è quotidiano, perché siamo consapevoli che sia necessario dare subito segnali concreti.

Per il secondo anno consecutivo, la sanità toscana è stata riconosciuta come la migliore d’Italia in base al punteggio Lea (livelli essenziali di assistenza). Le liste d’attesa, tuttavia, sembrano essere tutt’ora una vera spina nel fianco del sistema sanitario regionale, nonostante da circa un anno la Regione abbia anche attivato un numero verde dedicato.
Quali altri interventi pensa che sarebbe necessario approntare, per ridurre sensibilmente i tempi d’attesa dei pazienti?

Paolo Sarti: Parto dal numero verde: è assurdo che per far rispettare i propri diritti siano necessarie

Paolo Sarti (Sì Toscana a Sinistra)

Paolo Sarti (Sì Toscana a Sinistra)

due diverse telefonate. Prima si chiama il CUP e poi, siccome la Regione presuppone che il CUP possa dare un appuntamento non corretto, si chiama il numero verde per far rispettare i tempi dovuti.
Perché non può farlo subito il CUP? Dov’è il problema?
Sui tempi di attesa, e sulla gran massa di esami da smaltire, credo si debba lavorare su due piani.
Intanto dobbiamo uscire dalla logica della medicina difensiva. In primo luogo, da un punto di vista culturale, contrastando un clima, anche giornalistico, di continua ricerca del caso di malasanità, che spinge i medici, quasi come forma di precauzione, a chiedere una gran quantità di esami anche quando non ce ne sarebbe un’evidente necessità.
E poi orientando il bisogno. A determinare la domanda di esami deve essere la valutazione professionale del medico, non la percezione del paziente.
Dopodiché, ovviamente, si deve anche intervenire su elementi strutturali, per esempio facendo lavorare i servizi più a lungo, facendo funzionare continuamente le macchine (non per mezza giornata come a volte succede) e rendendo gli orari più accessibili per tutti i cittadini.
Ma si torna al punto di prima: per fare tutto questo serve, inevitabilmente, più personale.

Marco Niccolai: Il problema è rilevante, anzi per i cittadini è forse il principale tema quando discutiamo di sanità. Per diminuire le liste di attesa le azioni devono essere varie, ad esempio: intervenire sugli organici sanitari in termini di loro potenziamento (cosa che stiamo facendo, come detto nella precedente domanda), riformare il sistema delle prenotazioni responsabilizzando farmacie e medici di famiglia, sviluppare il sistema della Case della Salute dove la collaborazione tra medico di famiglia e medico specialista è più immediata e naturale e può consentire di dare una risposta celere (se non immediata) alle singole esigenze e contribuire a sgravare i pronto soccorsi e le strutture ospedaliere da domande di prestazioni che , intervenire sull’approccio di “medicina difensiva” che può portare ad eccessi di prescrizioni così da evitare eventuali contenziosi legali.