Giovanna Mulas è una poetessa, scrittrice, saggista sarda. Ha pubblicato decine di libri tradotti in diverse lingue, con riconoscimenti nazionali e internazionali. Sul suo sito www.giovannamulas.it potete trovare tutto su di lei.
Riusciresti a dire in poche righe chi è Giovanna Mulas?
Impulso, istinto, perché, ricerca, scavo. Del resto parlino gli amici. E i nemici.
Parliamo dei tuoi ultimi libri. Dannati è una carrellata di personaggi molto diversi fra loro, accomunati però dalla sofferenza e dal dolore (in mille sfumature) che hanno incontrato nella loro vita. A cosa ti sei ispirata per questi soggetti?
‘In un 2008 duro, di perdita e verità, cresciuta identità, ho annientato facendo giudice e facendo falce; figure, immagini, coscienze, per non cadere assieme a chi mi ha lasciata. Maschere scoperte dietro le facce, troppe lingue volutamente perdute, di passaggio violato, d’ interessato velo. Qui Caronte, a pulire il percorso.’.
Così comincia ‘Dannati’, scritto dopo la morte di mio padre.
Non è un caso che ogni volta che ho parlato di Dannati, ho anticipato la recensione di turno con un ‘La vita è viaggio, la morte è viaggio’. Mi preme precisare che il romanzo è nato come Caronte, in greco Χάρων, ‘ferocia illuminata’. Un autista-Caronte. Autista di pullman molto, molto somigliante a Clark Gable, o Gablé, alla francese ché fa più chic, come lo pronuncia nel romanzo il nostro Luigi.
Un pullman dove tutti i passeggeri nonostante le fermate, i tempi e i contesti diversi; salgono alla stessa ora: alle h. 10.51. Un pullman dove ogni passeggero che sale sente un profumo rassicurante diverso, che lo riporta a qualcosa che ha amato particolarmente durante la vita.
Un pullman dove ogni passeggero che sale, in realtà, è già morto (si, anche l’innocente e pauroso Luigi è già morto. Dentro).
In realtà Caronte nasce come una denuncia sociale.
Nel romanzo il nostro sopravvissuto (chi l’avrebbe detto? Proprio il più sfigato, il più pauroso di tutti. Eppure il più pulito. Forse) si ritrova, allo scioglimento della matassa narrativa e nello studio televisivo, al reality di turno a parlare della sua esperienza di ragazzo abusato, intervistato proprio dall’ autista- Caronte. Nella stesura del manoscritto devo dirvi che mi sono divertita molto.
Ad entrare nella testa di ogni personaggio (il transfert di cui scrivo in continuazione, necessario, fisiologico nello scrittore), a vivere, muovermi, parlare di quella voce e mille voci assieme. Nell’immaginare come avrebbe potuto essere un inferno trasposto ai tempi nostri, che non è molto diverso dalla realtà che viviamo quotidianamente, basta guardarsi attorno, togliere il velo, grattare la carta da parati.
Ogni realtà, anche e soprattutto la più degradata e degradante ha da regalare realtà, vite ad uno scrittore che le sa cogliere. Noi scrittori che diamo emozione ma che prima dobbiamo prenderla, farla nostra, rubarla spesso a chi non sa e anche a chi non vorrebbe vedersela rubata.
Ma parlavamo di ‘Dannati’…già dall’incipit ho voluto focalizzare il climax in una tensione, in un orrore che, via via che si dipana la narrazione; si trasforma nel compiacimento del dolore, nella vanità del protagonismo.
Una volta un’amica mi confidò di essere convinta che noi donne, tutte noi donne e forse le sarde in particolare (la mia amica è molto…natzionalista), abbiamo il dolore nel sangue, siamo destinate a soffrire. Ora, al di là di una visione semplicistica dell’esternazione, e l’associazione che si può dare della stessa ad una concezione prettamente cristiano cattolica, condivisibile o meno; questa frase, nella sua rassegnazione, mi colpì moltissimo e mio malgrado ebbi modo di riscontrarla nel tempo in tante, forse troppe donne, sorelle come amo chiamarle io.
Troppe perché di dolore non si deve morire; non ci si deve rassegnare al dolore.
Ecco quindi il personaggio della piccola Cecilia che, per troppo dolore, si toglie la vita; personaggio che richiama sotto numerosi, tristi aspetti la figura psicologicamente fragilissima di mia madre: ‘…Avevo quattro, cinque anni ricordo…andavo saltellando a scuola con la cartella sulle spalle e un giubbotto più grande di tre taglie, verde, appartenuto a mia sorella Giuditta, quella che ora vive a Milano e fa la guardarobiera in un Jolly Hotel…una cosa importante insomma. Vidi un piccolo uccellino azzurro morto, buttato sul ciglio del marciapiedi, tra fango e sassi, un azzurro indescrivibile dottoressa. Rimasi a fissarlo per ore, ricordo. Dimenticando la scuola, mio padre che me le avrebbe date di santa ragione, la preoccupazione di mamma…tutto. Vedevo quell’uccellino talmente…bello…bello…meraviglioso, nella fissità della sua morte.
Oh, quanto può essere affascinante la morte, dottoressa! Quanto! Forse è come il mare, viene e va, eppoi ritorna e va ancora. Ti chiama. E lascia solo sabbia, il luccichìo della rena sotto il sole…immobile, fissa, come l’azzurro di quell’ uccellino, Il rosa di un piccolo corpo gettato dentro un cassonetto.
O il nero dei corvi sopra il filo del telefono, uno appresso all’altro, neri panni stesi senza essere stati lavati.
E per ognuno di noi c’è un corvo.’
Denuncia sociale. Il nostro Luigi, nel romanzo, arriva alla fermata finale del pullman. L’autista –Caronte lo invita a dare un’occhiata attorno: ‘…In una piccola grotta –anfratto di roccia in realtà- spiccava, dal numero zero all’ infinito pensare, dal colore rosa al bianco puro del camice medico, un’ intera collana di libri d’amore appesa al soffitto dell’antro con ganci ferrosi, alternata a vecchi numeri di Playboy o Vorrei che tu mi toccassi proprio Lì. Sotto stava una pozza di lava ardente e i poveri condannati (certamente Poetucoli del Nulla e di numero imprecisato: comunque troppi), affondati in questa fino alla radice dei capelli, s’incapponivano cercando di acchiappare libri o riviste per trascorrere meglio l’ infinito tempo. E le teste della pseudo intellighentia spuntavano come uova marce dal pozzo di lava, s’alzavano e abbassavano incerte, prepotenti, à la coque, superbe e vuote. In lontananza il rumore diveniva più intenso. Gli occhi di Luigi erano dilatati, enormi occhi spalancati e privi di intelligenza…’
Dopo Pedro, che rivive la tragedia dei desaparecidos argentini, ecco la figura di Gianna ed ecco, ancora e più forte, la denuncia sociale:
‘E tutte le volte si chiedeva se quella era la vita. Non vita da fare, attraversare, ma La Vita.
A chi il cagnolino con la maglia di lana in inverno per evitare raffreddamenti, a chi i bidoni di spazzatura della città, dati a fuoco per scaldarsi dalle gelate infernali di dicembre. E se amore, pietà, fede al mondo davvero esistevano; com’ era possibile che fratelli permettessero ad altri fratelli di non vivere in questo modo? Ne parlava spesso con suo marito; la sua vera vita, nel bene e nel male. Ne parlava mentre prendevano il caffè o il mate la mattina, fatto da lui, argentino doc. O ne parlavano, a volte, se la stanchezza e la dolcezza piena del momento non li assaliva; dopo aver fatto l’ amore; scambiandosi ali e anime. Com’ era possibile, si dicevano. Da quando lei aveva perso il suo lavoro di giornalista al Corriere per una critica di troppo al potere di turno; ne parlavano ancora di più. Com’ è possibile che la gente non si accorga che tutto, tutto, da informazione televisiva a carta stampata, tutto è assolutamente manipolato, girato, plasmato a far si che il lettore pensi ciò che gli si vuole far pensare. Effetto placebo per malati d’ immaginaria informazione immaginata. Non abbiamo pecore come lettori, chiaro. No; almeno non tutti, qualcuno riesce ancora a pensare…e capire, diceva Gianna a suo marito. Epperò abbiamo un’ informazione mirata a far si che la gente, il popolino, rimanga tranquillo; si vive bene, L’ Italia rimane sempre il buon paese di spaghetti e pizza e mandolino, culla delle arti. Così masnate di stranieri in cerca dell’ America, capitano in Italia, tra veline in vuoto a perdere e calciatori col vuoto nei talloni, pagando una vita di sacrifici per un passaggio su di una nave che, nel migliore dei modi, li scaricherà al largo delle coste meridionali della penisola. Italia, Italia. Bella Italia. Puttana Italia. Che hai fondato le tue radici sull’ Arte ed i veri artisti, quelli che ti fanno grande nel mondo, li hai alla fame. Italia pedofila, dove non esiste condanna vera per chi abusa dell’ innocenza; forse perché chi è avvezzo ad abusarne, ai piani alti, vuole meno bastoni tra le ruote. Perciò manipola leggi senza pena.
Italia razzista, xenofoba, che hai dimenticato i nostri nonni, in giacca sporca e rotta e valigiotto di niente, in pianto ai moli alieni, docciati di antiparassitario. E punti il dito contro gli stranieri, loro che vengono come i nostri andarono, in tasche di speranza, rinunce e dolori. Punti il dito contro le brasiliane all’ angolo, tu, padre di tre figli lo fai, eppoi la notte cerchi calore tra cosce scure e disperate. Italia Vaticanista vai, anche tu vai, ma si, vai…che preghi e sentenzi e giudichi, da quale pulpito ancora non so. Giudichi l’amore quando l’amore lo fai represso, ché per legge umana non ti è dato di provarlo.
Imponi castità all’ ignorante tu, che non ne conosci riva nè approdo. E la pecora segue il suo gregge, si, segue. C’ è da dire che anche le pecore pensanti, a volte, seguono il gregge. Lo fanno per studiarne il ritmo, il movimento, il pecora- pensiero. E con le loro armi, piccole, poi attaccano. Un attacco da qui, un attacco da lì. Piccole punture di spillo. E un giornalista perde il lavoro perché induce al pensiero. E un padre si suicida ma sarà un caso; è sempre stato una persona tranquilla. Almeno così dicono i vicini. Ma questi vicini sanno guardare nel cuore delle altre api? O si è perso anche il saluto, il buongiorno, il come sta questa mattina signora Lilla? E una madre uccide il proprio figlio perché depressa da anni, e neppure il marito se n’era accorto. E una scrittrice non ha di che dare il latte ai propri figli, perché non ha appoggio politico che le permetta un introito mensile fisso, un compenso del suo lavoro. Italia bella mia e bella che vai. Italia che vai e che sei.
E se amore dai, amore avrai.
Gianna pensò a Eduardo e sorrise. Scagliatemi la prima pietra, voi, dalla lingua pulita.
A strapparmi occhi e anima, a sentirvi, il demonio si è incarnato in me e non importa cosa ho fatto che la bellezza è croce, la bellezza è sacro e profano, la bellezza è pazzia. Non importa essere santa, la bellezza è sporca e malata. Non so con che cuore ancora prego, con che cuore ancora piango gli uomini che si sono battuti a duello per me, ammazzandosi e, tra loro, ammazzando me…tra loro non uno l’amore mio era, venuto dopo il buio.
In quella fredda, grigia mattina di dicembre dalle vetrine già illuminate a festa, sorrise ed il mondo parve scaldarsi in un attimo. Si domandava spesso che trovasse nella vita da sentirsi così felice. Eppure inconsciamente, innocentemente, incoscientemente, lei sì, si sentiva felice e piena del suo amore per il marito. Nonostante l’ estrema povertà che li attanagliava. Nonostante pochi mesi prima avesse perso il loro bambino in un aborto spontaneo che li aveva lasciati distrutti e quella ferita, Gianna lo sapeva, mai si sarebbe rimarginata.’
Gianna è Giovanna Mulas.
Nel 2010 vedrà la luce il secondo romanzo di questa mia trilogia noir; ‘Nessuno Doveva Sapere, Nessuno doveva Sentire (Accabadora)’ accompagnato da un cd di musiche ad hoc composte dal Maestro Gianluca Rando (già orchestre RAI), prefazione del critico letterario spagnolo e scrittore Prof. Xavier Frias Conde, postfazione della scrittrice Daniela Micheli e illustrazioni e copertina della pittrice di fama internazionale Pinina Podestà.
Di ‘Mandinga’, ultimo romanzo della trilogia, parleremo più avanti.
Uno di questi racconti è particolarmente auto-biografico. Quanto ti è costato metterti a “nudo”?
Volente o nolente ogni mio libro, proprio perchè mio, mi spoglia agli occhi del lettore. Mettere e rimettere il dito nella piaga non mi piace, ma a volte è necessario; occorre far pensare ed in questo contesto storico, sociale e politico la riflessione serve più che mai. Per molti anni non sono riuscita a parlare dell’esperienza della violenza subita; la vedevo con lo stesso, immenso dolore di oggi (ferita che resterà aperta, so, tutta la vita) si, ma anche con pudore sciocco, a tratti con la colpa, sciocca, che infonde un contesto vaticanista come quello italiano in particolare: disgrazia cada sulla donna che divorzia. E disgrazia ‘cadde’. Solo con la maturità del poi, la frammentazione e l’elaborazione dell’ accaduto, ho compreso che la mia esperienza di vita poteva forse servire a qualche altra vittima della violenza. Non si dà un perché alla violenza: dare un perché già significa giustificarla. E la violenza si nutre di omertà, ecco perché è fondamentale, sempre, la denuncia. Il problema sta alla radice: in Italia occorrono leggi che puniscono veramente chi fa violenza, non placebo. E occorre l’unità, la solidarietà fra donne, sorelle come amo dire io. Tornando al mio vissuto; il ricoprire un determinato ruolo porta anche e soprattutto grandi responsabilità, non sempre comode, ma da mandare avanti comunque. Come il vivere.
L'altro tuo libro fresco di stampa è “Alla corte di miracoli, pot pourry d'oltre”. Un'opera composita di poesia, narrativa, saggistica. Come è nata?
Per Libertà Edizioni di Marco Battista. Ho voluto raccogliere alcuni stralci della mia scrittura, quelli che sento in un modo o nell’altro più vicini alla mia essenza: pezzi di giornalismo, saggistica, poesia, narrativa. Pezzi di vita.
Hai scritto libri di poesia e di narrativa. Ti senti più poetessa o scrittrice? E che differenza c'è nel comporre e nel “vivere” queste due forme espressive così diverse?
Una distinzione, sempre che esista, la fanno gli altri. Non separo ciò che è Giovanna Mulas donna, madre, moglie dalla scrittrice o poetessa o meglio, da come vengo ‘rappresentata’. E’ lapalissiano che senza la mia esperienza di vita difficilmente sarei stata l’artista che sono oggi. Il poeta, lo scrittore che delude i suoi lettori, umanamente parlando, lo fa perché suo malgrado rientra nell’immaginario collettivo l’idea del dolce poeta sognatore, dell’ istrionico isterico divo o, al contrario, ispido, solitario. Si è divisi in gabbie. In realtà l’arte, come l’artista, è tutto ed il contrario di tutto. E’ centrifuga. Già chiuderla in un cliché significa forzarla, violentarla, così come si vorrebbe fare con l’artista che la fa viva. E più grande è l’artista, più lo si vorrebbe forzare, spogliare. Forse solo il tempo potrà farlo, forse la vita, certo l’amore; quando vero.
[CONTINUA...]