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22 giugno 2010
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Tratto da Stranieri in Italia
Il nostro essere “civili” si misura anche e soprattutto affrontando problemi controversi e distanze culturali come quelle rappresentate da queste etnie e culture che fanno parte integrante della nostra società da oltre sei secoli. Certo, vanno aboliti i campi sosta irregolari. Anzi: andrebbero aboliti tutti. Certo, urta la nostra “sensibilità” che molti esponenti di quel mondo vivano di elemosina ed utilizzino, a volte, i bambini per farlo. Certo, vanno anche combattute le forme di devianza che portano alcuni esponenti Rom e Sinti a delinquere. Ma la legge già punisce i reati e la responsabilità di un crimine, ricordiamolo, è individuale: di conseguenza non consente, come qualcuno vorrebbe, di fare uso della condanna “etnica” quando a macchiarsi di un crimine è un Rom, magari non italiano. Ed ancora: pensiamo davvero che la segregazione e la discriminazione siano i mezzi migliori per risolvere queste contraddizioni? E’ sufficiente rimuovere, come fanno molti, il problema (magari c’è anche qualcuno che vorrebbe rimuovere gli zingari, in toto ), spostandoli da una località all’altra e condannando il loro stile di vita senza proporre soluzioni alternative? Ci sono alcuni luoghi comuni, io credo che vanno sfatati se vogliamo comprendere i problemi, primo passo per individuare soluzioni concrete e possibili: 1) Gli zingari non sono tutti stranieri: al contrario, la maggioranza di loro ha da secoli la cittadinanza italiana; 2) non è vero che tutti gli zingari vivano nei campi: sui 170 mila Rom e Sinti presenti oggi nel nostro Paese, solo una minima parte è ubicabile nei campi sosta, e sono quelli di più recente insediamento dalla ex Jugoslavia o dalla Romania; 3) non è vero che chi vive nelle roulotte ai margini delle città abbia scelto di vivere così: la grande maggioranza vorrebbe una casa, solo che non ce l’ha o non si può permettere un affitto ai prezzi di mercato; quello che conta per loro è che la casa non diventi un ostacolo al mantenimento di una rete familiare; 4) non è vero che sia inutile mandare i bambini Rom e Sinti a scuola: solo che non basta trasportarli con il pulmino: è anche necessaria una politica specifica di inserimento, di mediazione culturale e di accoglienza didattica, altrimenti loro si sentiranno come pesci fuor d’acqua e diversi dai loro compagni di classe. C’è, di sicuro, una carenza di strumenti e risorse da mettere a disposizione del corpo docente per svolgere bene il loro lavoro su un versante oggettivamente più complesso; 5) Se una parte degli zingari preferisce vivere di mestieri tradizionali (musicisti di strada, raccolta differenziata, giostre e spettacolo viaggiante, artigianato ecc.), ci sono anche quelli che – specialmente tra i giovani – vorrebbero lavorare come i loro coetanei; ma non hanno il livello di studio o la formazione professionale sufficiente per competere in un mercato difficile anche per gli altri. Secondo la UIL è comunque sbagliato ostacolare quelle oneste attività di Rom e Sinti, proprie della loro tradizione (come spesso succede attraverso ordinanze di molti comuni, specie nel Settentrione, che rifiutano giostre o musicisti di strada), come anche vanno lasciate libere le nuove generazioni di scegliere stili di vita simili a quelli dei loro coetanei, entrando a pieno titolo nel mercato del lavoro globale. Ci sono poi i pregiudizi e le discriminazioni da combattere: basta presentarsi in un luogo di lavoro ed esibire un cognome slavo o avere i tratti somatici tipici di queste provenienze per venire in molti casi rifiutati senza motivazione. Situazioni che si ripetono tutti i giorni, in sprezzo alle norme antidiscriminazione in vigore e, purtroppo, spesso difficili da dimostrare. Se nel passato ci potevamo permettere di guardare al degrado ed all’inciviltà delle condizioni di vita in un campo nomadi, scrollando le spalle e dimenticandoci del problema appena girato l’angolo, oggi io credo che questo non sia più possibile. Viviamo in una società a carattere multi etnico e multi culturale e la non gestione dei processi di integrazione, la rimozione e l’incancrenirsi dei problemi porta spesso alla chiusura mentale, quando non alla frattura sociale; porta all’insofferenza, quando non al razzismo. |
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