L’anno cinematografico si apre con la nuova opera di Tim Burton, Big Eyes: un film tra i suoi più personali e un vero e proprio trattato sull’arte.

Big Eyes è al Multisala Lux di Pistoia dal 2 gennaio.
La trama in breve: Margaret è un’artista di strada con una figlia a cui badare. Divorziata da poco, conosce Walter Keane, anche lui artista di strada, che le fa vivere una storia d’amore da favola fin quando la sua brama di successo rivelerà il suo lato più oscuro, costringendo Margaret a lavorare in segreto e a farle vivere una vita nella menzogna.

Grandi personalità del cinema come Natalie Wood, Kim Novak e Joan Crawford erano molto appassionate dei quadri con le bambine dagli occhi grandi.
Joan Crawford ne era così attratta che impose che alcuni quadri rientrassero nella scenografia del film Che fine ha fatto Baby Jane? di Robert Aldrich.

È risaputo che anche Tim Burton commissionò a Keane il ritratto di Lisa Marie (sua compagna di allora); ma cosa accomuna l’arte di Burton e quella di Keane a tal punto da spingere il regista a raccontarne la storia?

I difetti.
Su di essi si basa l’intero percorso artistico di Burton, dai suoi disegni ai suoi film.
Che siano degli schizzi “scarabocchiati” o degli occhi sproporzionati, queste caratteristiche rendono le opere di entrambi gli artisti uniche nel proprio genere.
E se gli occhi sono lo specchio dell’anima, l’opera d’arte è lo specchio dell’artista.
Nel momento in cui l’artista non riesce ad esprimere la propria arte ed è costretto, per motivi commerciali, a creare delle semplici copie di se stesso, le sue opere perdono di valore e di senso.

Che sia Margaret, costretta a decorare i mobili per un’agenzia immobiliare, o Burton, a disegnare serie e serie di concept per Red & Toby nel suo periodo disneyano, un artista non trova spazio nella serialità se non in quella da lui concepita (vedi Andy Warhol).
Questo è il tema su cui si fonda Big Eyes; non tanto il rapporto tra Margaret e Walter (che impera comunque nella pellicola), quanto la repressione dello spirito artistico.

Un regista popolare e di successo come Burton, d’altronde, si è trovato per le mani alcuni progetti che non rispecchiavano veramente la sua indole (Planet of the apes e Alice in Wonderland in particolare) e che lo hanno “costretto” a replicare se stesso.
In Big Eyes, Burton ritrova la libertà con un film “piccolo” (10 milioni di dollari) come era Edward Mani di Forbice (20 milioni di dollari) e Ed Wood (18 milioni di dollari), gestendo alcuni “vecchi” e fidati addetti ai lavori (Colleen Atwood per i costumi e Danny Elfman per la colonna sonora) e “nuovi” collaboratori nel cast (Amy Adams, Christoph Waltz, Jason Schwartzman e Krysten Ritter).

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La sceneggiatura di Scott Alexander e Larry Karaszewski (già sceneggiatori di Ed Wood), dà ampio spazio alla poetica di Burton e permette al regista di trattare il tema a lui più caro: gli outsiders.
Lydia, Edward, Victor, Charlie e Emily sono solo alcuni degli outsiders dei film di Burton: persone con grande talento, sensibilità e passione, recluse dalla società e costrette a vivere una vita imposta da qualcun altro.
Margaret Keane si aggiunge legittimamente alla sequela di questi personaggi trasformandosi in un vero e proprio burattino “burtoniano”.

Così come Margaret ritrae delle bambine poiché sua figlia è la sua unica realtà, Burton narra di questi personaggi riecheggiando la sua infanzia vissuta a Burbank, dove la vita scorre monotona e programmata e dove non c’è posto per un “ragazzino stramboide appassionato di film di serie B e dei racconti di Poe”.
La comprensione per i propri personaggi fa scaturire l’amore per il proprio prodotto artistico ed è per questo che Big Eyes sarebbe un film senz’anima se non fosse stato diretto Burton.
Sia per l’immedesimazione tra il regista e la protagonista della storia, che per la rappresentazione espressionista di alcune scene: la comicità grottesca e la suspense orrorifica.

Inoltre, la riproduzione della tecnica cinematografica di fine anni ’50 (tanto amata da Burton che l’aveva riportata in auge con Ed Wood), trasporta il film direttamente all’interno del tempo della storia (la scena in cui Margaret guida la macchina di notte con la propria figlia non può non ricordare il classico primo piano frontale di Janet Leigh che scappa sulla propria vettura nel film Psycho di Alfred Hitchcock).

Con Big Eyes, la poetica di Burton si consolida e raggiunge un livello superiore di maturità sia personale che stilistica.
Poco importa la scritta che impera sul cinema americano moderno “tratto da una storia vera”, poiché il cinema di registi come Burton deriva sempre dalla vita vissuta.

 

 

[Credits foto: Wired; Cinefilos]