Viaggio tra gli aspiranti rifugiati, schivando Schengen, Dublino, gli hotspot e la leggenda dei 35 euro di paga al giorno.

Chi ha diritto di essere accolto?

Lo status di “rifugiato” viene sancito, nel 1951, dalla Convenzione di Ginevra, secondo il principio per cui “tutti gli uomini, senza distinzioni, devono godere dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”.
In base alla Convenzione, si considera “rifugiato” con diritto di asilo chiunque, tornando nel proprio paese d’origine, potrebbe “essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche”.
Tutti coloro, quindi, che in patria potrebbero essere vittime di discriminazioni e persecuzioni individuali.
Il diritto d’asilo, tuttavia, viene oggi riconosciuto anche come diritto alla cosiddetta “protezione sussidiaria”.
Si fa riferimento, con questo termine, a chi rischierebbe la vita a causa di una situazione oggettiva, generale, in cui versa il proprio paese di origine. A partire, ovviamente, da chi fugge da situazioni di guerra.

Queste definizioni sono comunque in evoluzione, perché è il contesto storico a determinare le ragioni che possono obbligare donne e uomini a migrare per sopravvivere.
Negli ultimi anni, ad esempio, si sono registrate le prime domande di “asilo ambientale”, presentate da cittadini di piccoli atolli del Pacifico che rischiano di essere sommersi a causa del surriscaldamento globale e dell’innalzamento del livello delle acque.

Offrire protezione a chi ne ha diritto, in ogni caso, non è una scelta o un “favore”, bensì un preciso dovere delle nazioni facenti parte la “comunità internazionale”.
Più complesso è il caso dei “migranti economici”, termine con cui si è ormai soliti individuare tutti i cittadini stranieri venuti in Italia e a cui non viene riconosciuto il diritto alla protezione internazionale.

Se è vero, infatti, che è differente lo status dei migranti economici (che si muovono in un altro paese “semplicemente” perché in cerca di maggior benessere), c’è da chiedersi quanto sia legittimo, per gli stati europei, rifiutare l’accoglienza di persone che vivono in condizioni di miseria, senza il riconoscimento degli standard di vita minimi garantiti nell’intero nostro continente, e spesso a causa di un pluridecennale sfruttamento di cui anche alcuni paesi occidentali sono stati, in parte, corresponsabili.

La causa principale degli importanti flussi migratori degli ultimi anni è comunque da imputare prevalentemente alle guerre civili scoppiate in Libia e in Siria, divenute terreno di violenti combattimenti fra diverse fazioni etniche e religiose.

Regolamento di Dublino, Schengen, Hotspot: chi accoglie chi?

Per ragioni geografiche, alcuni paesi europei sono naturalmente più “esposti” di altri all’accoglienza dei migranti. Gli arrivi più consistenti investono tutta la “frontiera” sud orientale, mediterranea, dell’Europa: dall’Italia, alla Grecia, ai Balcani.

L’accoglienza dei rifugiati in Europa, a partire dal 1990, è comunque regolamentata dalla “Convenzione di Dublino”. Questo accordo stabilisce che il primo paese dell’UE che certifica l’ingresso di un cittadino straniero, registrandone i dati e le impronte digitali, diventa anche responsabile della sua richiesta di protezione.
Tradotto: l’accoglienza e la verifica dell’effettivo diritto all’asilo dei migranti approdati in Italia o in Grecia o in qualsiasi altro paese che ha sottoscritto “Dublino”, spetta esclusivamente a questi stati.

Questo meccanismo è oggi oggetto di numerose critiche.
Da una parte, infatti, impedisce una ripartizione dei migranti fra tutti gli stati dell’Unione, “sovraccaricando” i paesi di frontiera.
Dall’altra, contrasta con le stesse aspettative dei migranti, che in molti casi vorrebbero richiedere protezione non nei paesi di arrivo (come l’Italia o la Grecia) ma negli stati del nord (spesso per ricongiungersi a familiari e conoscenti).
Per questo molti migranti, anche sottraendosi all’identificazione, cercano comunque di proseguire il loro cammino, con mete come il Regno Unito o i paesi scandinavi.

E’ per arginare questo fenomeno che, negli ultimi mesi, alcuni governi dell’Europa centrale hanno deciso di sospendere l’accordo di Schengen, che prevederebbe la libera circolazione delle persone e l’abolizione dei controlli alle frontiere per 26 paesi europei membri.
Francia, Belgio, Austria, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca… sono molti gli Stati che hanno pensato di riattivare i controlli alle frontiere nazionali per impedire la circolazione dei migranti.
Solo la Germania, nell’agosto 2015 e in via esclusiva per i migranti siriani, ha deciso di sospendere il regolamento di Dublino, accogliendo tutti i richiedenti asilo provenienti dalla Siria anche se già registrati in un altro paese dell’Unione (spesso l’Ungheria).

Di fronte a questo scenario, la risposta delle istituzioni europee – definita nella “Agenda europea della migrazione” – prevede due pilastri fondamentali: la gestione dei flussi e dell’accoglienza nei paesi di frontiera (prevalentemente Italia e Grecia) e una successiva riallocazione fra tutti gli stati europei dei migranti a cui viene riconosciuto l’asilo.
Per quanto riguarda la prima accoglienza, a partire dal 2016 la gestione dei flussi migratori viene affidata – in Italia e in Grecia – al sistema degli “hotspot”.
Ogni hotspot accoglie diverse centinaia di migranti, che appena sbarcati (entro 72 ore) vengono identificati (con la registrazione delle impronte digitali) e separati fra “richiedenti asilo” e “migranti economici” (a cui tocca il destino dell’espulsione e del rimpatrio).
Nei sei hotspot italiani e nei quattro greci è prevista la presenza sia di personale di polizia italiana che di agenti di strutture europee come Europol, Eurojust, Frontex ed Easo.

Importanti organizzazioni umanitarie non governative hanno però denunciato che il sistema degli hotspot sta determinando, nei fatti, una detenzione illegittima dei migranti e un filtro inadeguato a tutelare i diritti dei cittadini stranieri.
A dicembre Medici senza frontiere ha sospeso le proprie attività nella struttura di Pozzallo (Ragusa), denunciando “le condizioni precarie e poco dignitose in cui vengono accolti migranti e rifugiati appena sbarcati”, mentre a marzo ARCI e Asgi hanno chiesto la chiusura dell’hotspot di Taranto, in seguito a un sopralluogo da cui sono emerse gravi mancanze e il rischio che le decisioni rispetto all’accoglienza o al respingimento dei migranti vengano prese in modo del tutto arbitrario.

“A chi non è stata permessa la domanda (di asilo, ndr) – ha spiegato Filippo Miraglia, vice presidente ARCI, in un’audizione al Senato della commissione Diritti Umani – è stato dato un foglio di via di espulsione differita, che intima la partenza entro 7 giorni da Fiumicino, senza fornire documenti, né il biglietto, ma nemmeno vestiti. A Palermo sono stati letteralmente lasciati in strada.
Sono stati respinti anche alcuni minori non accompagnati “erroneamente” identificati come maggiorenni… Inoltre i rapporti con le persone appena sbarcate vengono gestiti solo da poliziotti italiani, spesso facendo firmare fogli non tradotti“.

Sul fronte greco, inoltre, pesa da marzo anche l’accordo siglato fra Unione Europea e Turchia, che apre le porte al rimpatrio di migliaia di migranti, approdati in Grecia e ora rimandati in Turchia.
Questo ha causato la sospensione delle attività nell’hotspot di Lesbo non solo da parte di Medici senza frontiere ma anche dell’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che hanno denunciato “condizioni disumane”.
Criticità si riscontrano anche sul fronte dei riallocamenti all’interno dell’Unione: basti pensare che ad aprile 2016 sono stati “riallocati” solo 1145 richiedenti asilo, a fronte dei 160mila a cui, a settembre 2015, la Commissione Europea avrebbe deciso di permettere di spostarsi da Grecia e Italia ad altri paesi interni dell’UE.

26052010-_DSC1008

Foto di Letizia Mugri

L’accoglienza in Italia: lo stato paga i richiedenti asilo 35€ al giorno?

Abbiamo provato, fin qui, a raccontare il contesto europeo dell’accoglienza dei migranti; tentiamo, adesso, di focalizzare l’attenzione sul nostro paese.
Il più delle volte, infatti, nonostante “l’emergenza immigrazione” rappresenti uno degli argomenti preferiti dal dibattito mediatico, è difficile avere un quadro chiaro di come effettivamente funzioni, quotidianamente, il sistema di accoglienza nel nostro paese.

La rete governativa si basa su quattro tipologie fondamentali di “centri per l’immigrazione”: per la prima identificazione i CPSA – Centri di Primo Soccorso e Accoglienza (che garantiscono ai migranti le prime cure al loro approdo in Italia) e i CDA – Centri di Accoglienza, in cui vengono condotti gli stranieri irregolari rintracciati sul territorio nazionale.
Alcune di queste strutture, oggi, sono state trasformate in “hotspot”.

I migranti che presentano domanda di asilo, quindi, vengono alloggiati nei CARA – Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo, dove si avviano le procedure per valutare ed esprimere un parere rispetto alla richiesta di protezione.
I migranti irregolari, al contrario, possono essere trasferiti nei CIE – Centri di Identificazione ed Espulsione. Si tratta, in questo caso, di vere e proprie strutture di detenzione che (fortunatamente) hanno visto negli ultimi anni una sensibile diminuzione di posti.

A fianco della rete governativa, con l’esplosione dei flussi migratori a partire dal 2011, è aumentato sempre di più il ricorso ai Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS).
I CAS sono strutture che vengono gestite da enti privati (in larga parte cooperative ed associazioni del terzo settore) in convenzione con la Prefettura di zona (e, quindi, il Ministero dell’Interno).
Si tratta di centri allestiti in strutture private (a seconda del numero degli “ospiti”, si va da grandi alberghi ad appartamenti di 8-10 persone), e diffusi ormai sull’intero territorio nazionale.

La gestione dei CAS viene affidata sulla base di bandi prefettizi e ogni ente privato gestore riceve in media dai 30 ai 35€ al giorno per ogni richiedente asilo ospitato.
Nasce da qui, e da successive campagne di (dis)informazione, la leggenda metropolitana dei 35€ che ogni giorno finirebbero nelle tasche dei cittadini stranieri.
Il cosiddetto “pocket money”, i soldi contanti che vengono dati ogni settimana o ogni mese ai richiedenti asilo per loro spese personali, ammonta in realtà a 2,50€ al giorno. Poco più di un paio di caffè.

La parte restante dei finanziamenti erogati dallo Stato agli enti gestori, al contrario, è destinata al mantenimento delle strutture, alle necessità basilari degli “ospiti” (a partire da vitto e alloggio) e ai servizi finalizzati all’integrazione di cui associazioni e cooperative si fanno carico (corsi di lingua italiana, orientamento per futuri impieghi professionali, attività di volontariato etc).

Alla rete di prima accoglienza, infine, vengono affiancati gli SPRAR.
Promossi dai Comuni, coordinati dal “sistema centrale” dell’ANCI e affidati a enti del terzo settore, gli SPRAR – Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati sono strutture oggi dedicate prevalentemente ai cittadini stranieri a cui è già stato riconosciuto il diritto all’asilo e alla protezione internazionale.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno nell’ultimo “Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia” (ottobre 2015), il 72% dei 99.096 migranti ad oggi accolti nel nostro paese è ospitato nelle strutture CAS.
La rete di accoglienza straordinaria e temporanea (che evidentemente, dal 2011 ad oggi, temporanea non è più) è quindi oggi preponderante rispetto alle reti “ordinarie”, governative (CARA) e comunali (SPRAR).

Per quanto molte esperienze CAS rappresentino punte avanzate di accoglienza, soprattutto in determinate zone del paese, l’aver assunto come modalità ordinaria un sistema straordinario, e in parte privo di una regia centrale, è visto da alcune realtà del settore come un potenziale elemento di instabilità sul medio periodo.

“Siamo di fronte a un gatto che si morde la coda: se l’immagine che arriva all’opinione pubblica è negativa, allora è difficile pensare che cambi la percezione legata a diffidenze e paure verso i flussi migratori. – ha spiegato recentemente lo stesso Miraglia in un’intervista al magazine “Vita” – La soluzione per uscire da questo cortocircuito è una: trasformare nel giro di breve tempo, un anno o due al massimo, tutti i CAS in Sprar. Bisogna riportare al centro i Comuni, che sono capofila dei progetti Sprar, perché hanno la diretta visione delle dinamiche del territorio”.

 

[Credit photo: Fotomovimiento | alcuni diritti riservati CC BY-NC-ND 2.0]