Questa rubrica sull’architettura del ‘900 a Pistoia e dintorni non poteva cominciare se non con un’opera del più grande architetto pistoiese di questo secolo: parliamo di Giovanni Michelucci, che proprio qui ha progettato alcune delle sue architetture più significative.

Quelli che non sono appassionati della materia forse non sanno di chi sto parlando, ma basterà citare qualche opera perché sia chiaro a tutti  quale sia il peso di Michelucci nell’ultimo secolo: la Chiesa dell’Autostrada, o più correttamente Chiesa di San Giovanni Battista, o ancora la stazione Santa Maria Novella, entrambe a Firenze. Edifici che chiunque a Pistoia conosce, se non altro perché ci è passato davanti in macchina o per un treno in coincidenza.

Ma anche se le opere più famose del Michelucci si trovano a Firenze, Pistoia nasconde qualche autentico capolavoro del maestro, architetture fondamentali anche per il suo lavoro successivo.

E proprio questo è il caso della Chiesa del Sacro Cuore Immacolato di Maria – opera innovativa che ha anticipato molti temi della sua sorella maggiore, la Chiesa di San Giovanni Battista a Firenze. Ma andiamo con ordine.

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Un cuore per un quartiere periferico

La chiesa si trova in un quartiere di case popolari ancora oggi periferico in città, il Villaggio Belvedere  – e potete immaginare quanto lo fosse quando la chiesa fu costruita nel ’60.

Proprio da questa distanza nasce la riflessione principale di Michelucci per il progetto: il quartiere è lontano, isolato, le case sono tutte simili e mancano gli spazi comuni. É importante che la chiesa sia il centro di questo quartiere, uno spazio dove si possa sì pregare ma anche incontrarsi e stare assieme.

Da qui nasce il primo elemento innovativo della chiesa: la particolarissima disposizione dell’aula dell’assemblea – la parte dove si siedono i fedeli durante la messa per intenderci – che si sviluppa sul lato lungo dell’edificio e non su quello corto come avviene di solito.

In questo modo l’assemblea è più compatta, le persone sono maggiormente a contatto fra loro perché i banchi sono disposti a semicerchio verso l’altare e il fronte principale è quello diretto verso l’ampio giardino. L’assemblea così diventa una sorta piazza coperta che prosegue al chiuso il grande spazio esterno, a sua volta valorizzato dalla facciata della chiesa.

Il monogramma di Cristo nascosto

Un altro elemento caratteristico di questa architettura è la galleria, posta fra l’assemblea e la facciata, e che corre da un lato corto all’altro dell’edificio su cui sono posti degli ingressi laterali. I più attenti osservatori avranno riconosciuto in questo spazio un valore altamente simbolico: i grossi pilastri che circondano la galleria altro non sono che una riproduzione stilizzata del monogramma di Cristo oltre che una metafora dell’albero.

Questa spazio ha grande valore perché qui si sviluppa la via crucis e, fungendo da galleria fra due porte, si realizza un prolungamento del percorso esterno adiacente, in un ulteriore invito a usare l’architettura come luogo di incontro e non solo di preghiera.

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La copertura: un tema ricorrente di Michelucci

L’ultimo elemento altamente espressivo che non si può non citare è l’elaborata copertura, l’unica parte appariscente in una chiesa dominata dall’esterno da materiali poveri come il cotto e la pietra locale.

Tale copertura è più alta in corrispondenza della galleria e si abbassa con una curva quando si avvicina all’altare, come si può notare molto bene sulle facciate corte: qualcuno avrà forse colto il riferimento alla tenda-santuario ebraica, un tema ricorrente nelle chiese di Michelucci.

Concludiamo riflettendo su quanto questa chiesa abbia proposto un concetto moderno di religione, anticipando addirittura alcuni temi del Concilio Vaticano II come l’altare rivolto verso i fedeli.

Quanti di questi temi potreste riconoscere anche nella ben più famosa ma posteriore Chiesa dell’Autostrada?

 

[Credits foto: Architetti Pistoia]