Dopo aver parlato di Michelucci e di Natalini nella nostra rubrica affronteremo un’opera di un altro architetto appartenente alla cosiddetta scuola Toscana: Leonardo Savioli.

Questo progettista è stato discepolo del primo e maestro del secondo, appartiene dunque a una vera e propria generazione-ponte fra i due, quella nata nei primi decenni del secolo scorso. Una generazione che ha visto in pochi anni cambiare fortemente lo scenario e le regole in cui gli architetti hanno dovuto lavorare.

Il Savioli infatti, così come i suoi coetanei, dovette sia affrontare le esigenze legate alla ricostruzione emerse in seguito alla seconda guerra mondiale che confrontarsi con le nuove riflessioni interne alla materia stessa, prima fra tutte il tramonto del movimento moderno e di molti dei suoi assunti.

Un cimitero, cioè un edificio di calcestruzzo

Per l’opera di cui parlo oggi ci allontaniamo un poco da Pistoia per scoprire l’ampliamento del cimitero di Montecatini Alto, realizzato fra il 1966 e il 1975 da Leonardo Savioli con l’architetto Danilo Santi e l’ingegner Emilio Brizzi.

Il cimitero esistente era un piccolo complesso dalla distribuzione piuttosto tradizionale – una corte intorno alla quale si dispongono cappelle e loculi dalle forme classicheggianti – situato a pochi chilometri dalla città. Esso si trova sul valico fra due colline e l’ampliamento si sviluppa verso valle, in direzione di Montecatini.

Per questo progetto Savioli realizza un edificio compatto che, pur allontanandosi dalla logica monumentale e classicheggiante del cimitero esistente non guarda nemmeno al modello del cimitero-giardino, parcellizzato e individualista, che invece viene adottato per vari altri cimiteri costruiti negli stessi anni.

Al contrario realizza un’architettura che sottolinea in vari modi la sua essenza di opera costruita: ecco dunque il ruolo del calcestruzzo lasciato a vista, di gusto brutalista, che rende immediata la natura dell’oggetto che abbiamo di fronte. In modo analogo sono posti in evidenza gli elementi portanti, che rendono l’opera un oggetto concreto, tangibile, evidente nella sua natura di costruzione.

Opera che d’altro canto, con un’altezza di due piani, le cappelle che ne movimentano il profilo, i percorsi interni articolati e una grande copertura dalla forma plastica non può che essere un elemento di discontinuità nel paesaggio non costruito.

Il Cimitero di Montecatini Alto e la sua proposta per la società

Come per tutte le architetture, anche in questo caso  le scelte sul progetto sono funzionali all’idea che ha il progettista su come tale edificio andrebbe usato.

Come ci racconta lo stesso Savioli, il suo scopo era quello di creare un’esperienza collettiva, dunque un cimitero in cui il ricordo e la celebrazione dei defunti fosse un’esperienza condivisa di meditazione. Da questo nasce un cimitero molto più simile ad una chiesa, luogo in cui la funzione religiosa è svolta coralmente, rispetto ad un cimitero in cui  ad ogni defunto corrisponde uno spazio isolato e circoscritto.

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Una chiesa nella quale, complice il dislivello del terreno, l’utente deve scendere fisicamente sottoterra per poter immergersi nell’opera e nell’atmosfera che vuole suggerire. Qui troverà dei loculi in metallo e non in pietra e analogamente le decorazioni, i vasi e le statue saranno assenti. Guardando la propria immagine riflessa sulle superfici riflettenti del metallo ciascun visitatore sarà indotto a meditare sul rapporto fra vita e morte in un gioco di specchi e di contrasti.

Questo progetto è testimone della convinzione di Savioli – e in realtà piuttosto diffusa all’epoca – per cui l’architettura non sia solo lo specchio della società in cui si vive, ma anche un modo per cambiare questa stessa società, proponendo implicitamente un nuovo modo di svolgere le attività che le sono proprie e addirittura proponendone di nuove.

Un rapporto con l’esterno che si svolge sotto una grande copertura

Non posso infine non dedicare qualche riga anche al rapporto con ciò che sta all’esterno: se è vero che l’edificio crea una discontinuità con il paesaggio collinare che lo circonda, è anche vero che questa discontinuità non è affatto casuale.

Verso monte, il profilo delle cappelle che sono anche dei lucernari ripropone quello del vecchio cimitero, creando così un gioco di riflessi fra antico e nuovo. Verso valle, il cambio di quota viene interpretato e dà luogo a una sezione complessa, che se da un lato permette l’immersione all’interno dell’architettura dall’altro ci fa tendere verso l’esterno. Ecco dunque che i numerosi tagli dell’edificio permettono di vedere la città e il verde circostante mentre i lucernari sulla grande copertura lasciano intravedere il cielo.

Grande copertura che avvolge l’edificio e lo accompagna verso valle, inginocchiandosi nel suo mezzo. Al lettore più attento non sarà certo sfuggita l’analogia con la copertura della galleria di testa della stazione Santa Maria Novella di Firenze o quella della Chiesa del Sacro Cuore Immacolato di Maria. Entrambe opere del maestro di Savioli,  Giovanni Michelucci.

Senza dimenticare i riferimenti quasi esibiti del Cimitero di Montecatini alle opere dell’ultimo Le Corbusier.