Anche se non sono ancora le sei, su per le scale c’è già odore di cibo.
Un odore pungente, speziato, molto diverso da quello che percepiamo di solito affacciandoci dalla soglia delle nostre cucine.

È un odore che richiama posti lontani. Non sembra neppure di essere nel cuore di Bottegone.
Eppure è proprio qui che siamo: al primo piano della sede Arci della frazione pistoiese, a pochi metri dalla via Fiorentina.
È qui che, da qualche tempo – tre mesi per gli ultimi arrivati, più di un anno per i primi – 12 ragazzi provenienti dal Bangladesh e dal Gambia hanno trovato una sistemazione. Quanto provvisoria, è ancora presto per dirlo.

Il corridoio del primo piano si apre su un terrazzo dove, in piccoli vasi, gli inquilini della struttura hanno iniziato a coltivare un piccolo orto: cipolle, perlopiù. Dall’altro lato, la cucina.
Alcune persone stanno lavando delle verdure, preparando la cena: sono ragazzi bengalesi che salutano e si presentano sottovoce, offrendo la mano senza stringerla perché bagnata dall’acqua che ancora sta scorrendo nel lavello. Proseguendo nel corridoio si arriva a una stanza che, occupata da tre file di banchi e da una scrivania, ricorda un’aula scolastica. E in effetti lo è. È qui che i ragazzi, seguiti da un insegnante italiano, imparano la nostra lingua. Ed è qui che ci sediamo per parlare con loro.

I ragazzi gambiani sembrano più estroversi. A. è a Pistoia da pochi mesi, ma dopo lo sbarco ne ha trascorsi altri sei in Sicilia e adesso, oltre al francese, all’inglese e all’arabo, parla un italiano meccanico ma sicuro. Prova a fare da interprete tra noi e gli altri ragazzi. Parliamo un po’ in inglese, un po’ in italiano, un po’ a gesti. Anche l’altro ragazzo gambiano, B. – il più giovane di tutti, coi suoi diciotto anni appena compiuti – dopo un po’ si sblocca e inizia a raccontare.
Le loro storie hanno inizio nello stesso posto, ma si somigliano solo in parte. In entrambi i casi c’è il Gambia con la sua situazione difficile: la mancanza di prospettive e un presidente che alla fine del 2015 ha proclamato “stato islamico” la nazione. Persecuzioni e violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Ecco perché entrambi decidono di andarsene.

“I miei genitori sono morti quando ero piccolo”, spiega A.: parte da solo, recidendo anche gli ultimi legami che lo tengono ancorato alla propria terra. C. invece in Gambia ha lasciato la madre, il padre, i fratelli. Parte anche per aiutarli. Parte perché “in Gambia non si può più vivere”. Il minimo comune denominatore tra le loro storie – così come tra quelle dei ragazzi bengalesi – è la Libia: passaggio praticamente obbligato prima di raggiungere l’Europa.
I bengalesi si dimostrano più riservati: sussurrando si sono presentati e sussurrando continuano a raccontare. La loro voce si alza solo quando raccontano dei soprusi in Libia, delle prigioni durissime nelle quali si può finire senza troppe spiegazioni. “È un posto pericoloso” ripetono; un posto dove si può essere uccisi anche senza motivo, dai criminali in strada come dalla polizia, dove la violenza è frequente e il soggetto è ridotto a oggetto. M. racconta di essere stato rapinato: gesticola, mima la sagoma di una pistola e di un coltello. Leva la mano a poco più di un metro da terra: “Child, bambino”, spiega. A rubargli il cellulare e i soldi, armato di tutto punto, è stato un soldato bambino.

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Foto di Letizia Mugri

Sono le scene di violenza in Libia quelle di cui ci parlano quando chiediamo quali sono le immagini che sono rimaste loro particolarmente impresse. Del resto del viaggio non parlano molto. I ragazzi bengalesi dicono di aver condiviso la permanenza in Sicilia e poi il percorso fino a Pistoia, dove vivono da ormai un anno. Da qualche mese sono arrivati anche i gambiani.
‹‹Pistoia is ok, Italy is ok›› ripetono. E gli italiani? ‹‹Ok›› anche loro. Con gli italiani sono a contatto quotidianamente: un po’ all’Arci, dove studiano l’italiano, curano il piccolo orto sul terrazzo e passano parte della giornata; un po’ a “lavoro” – svolgono attività di volontariato presso alcuni circoli locali; un po’ sul campo da calcio, dove soprattutto D. e E. giocano con ragazzi italiani.
‹‹L’altro giorno ero a pranzo con alcuni di loro››, spiega D., contento di poter dire di essersi fatto degli amici, qui da noi.

Sono in Italia da mesi e stanno iniziando a intessere qui quei legami che nella propria terra hanno dovuto sciogliere. Certo è che, nonostante il “Pistoia is ok”, nelle loro parole si percepisce la tristezza di non poter stabilire rapporti duraturi, di non potersi costruire una vita normale. ‹‹Cosa pensate del futuro?, cosa sperate?››. Ma il futuro è un’incognita gigantesca quando si fugge per tuffarsi nell’ignoto. Quando si lascia tutto per poter tornare a sperare è faticoso, poi, ricominciare a sperare per davvero.
A. vorrebbe andare avanti, costruire una vita stabile qui. Tutti hanno dei progetti, più o meno nitidi. Ma per ora sono qui, in quella che, per quanto incerta e temporanea, è comunque una parentesi di stabilità dopo il caos che hanno dovuto affrontare.
Poco prima di andare via, però, F. ci guarda e chiede perché in Italia ci sia così tanta burocrazia, perché sia così difficile ottenere i documenti necessari a cercare un lavoro, a ripartire del tutto. Proviamo a spiegare che né l’Italia né l’Europa erano pronte a fronteggiare questi flussi migratori e che stiamo cercando di organizzarci, di capire come gestire la situazione. Perché “Italy is ok”, ma lo sappiamo tutti che alla fine così ok non è.

Ci salutano e, mentre usciamo, tornano a ciò che stavano facendo. Qualcuno resta nell’aula, qualcuno va in giro per il corridoio, qualcun altro torna in cucina. Ormai la loro vita, vissuta momento per momento, è qui, con le loro attività, le loro stanze, i loro nuovi legami. Domani andranno a lavorare a Pistoia, giocheranno a calcio con ragazzi italiani. Sono fuggiti da situazioni impossibili e sono grati della loro nuova esistenza.
Però, mentre scendiamo le scale, l’odore che si sente è sempre quello di una cucina forte, speziata, che racconta di posti troppo lontani.

 

[la foto di copertina è di Massimiliano Sarno]