È di qualche tempo fa la notizia dell’intesa trovata tra l’Eurogruppo e il governo greco sulla concessione di un debito-ponte di 4 mesi che prevede 7,2 miliardi di euro di liquidità per le casse greche.

La situazione, tuttavia, rimane in continua evoluzione, in un vasto confronto tra Grecia e Unione Europea.
Ma cerchiamo prima di fare un po’ di chiarezza sul periodo che ha seguito l’elezione di Alexis Tsipras e sul significato politico da attribuire a tale confronto.

Innanzitutto è doveroso mettere in evidenza i numeri della vittoria di Syriza, un movimento trasformatosi poi in partito che solo 6 anni fa aveva ottenuto il 4,6 % dei voti e che ad oggi risulta come prima forza politica greca con il 36,3 % delle preferenze espresse dai cittadini greci. Nonostante siano numeri importanti, la coalizione della sinistra radicale non è riuscita ad ottenere la maggioranza assoluta, ed è stato necessario trovare un alleato che non fosse tanto influente da intralciare il percorso intrapreso e che non fosse un esponente della vecchia classe politica, rispetto alla quale era imprescindibile segnare un netto distacco.
Peccato che la scelta sia ricaduta sugli Indipendenti greci (Anel) che rappresentano la destra reazionaria e xenofoba greca che ha idee assolutamente contrarie a quelle di Syriza su temi come l’immigrazione ma che trovano un punto di raccordo nella lotta contro l’austerity.
Tuttavia, anche su questo punto c’è da fare una precisazione: il rifiuto, da parte di Tsipras, del rigore imposto dalla Troika è da non confondere con l’antieuropeismo e i vari populismi che si vanno a formare da un po’ di tempo a questa parte in tutta Europa, vedi Le Pen in Francia, Salvini in Italia, Wilders in Olanda, senza dimentica l’UKIP nel regno unito. Il leader greco ha dichiarato espressamente che la Grexit – cioè l’uscita della Grecia dall’euro – è da escludere.
Non a caso, vari sono stati i tentativi di negoziare e di giungere ad un compromesso, sia perché l’opzione Grexit aprirebbe il vaso di pandora della reversibilità dell’unione monetaria – e forse dunque dell’unione in generale – sia perché nessuno dei leader europei, per quanto incalzati dai populismi, vuole prendersi il rischio e la responsabilità di essere ricordato come il colpevole del default greco.
L’accordo, di cui sopra, prevede sostanzialmente la proroga del programma di aiuti finanziari a 4 mesi, per fornire liquidità alla Grecia, che ne ha profondamente bisogno per pagare le pensioni e i dipendenti pubblici, in cambio di un programma presentato da Tsipras e che i ministri delle finanze dell’Eurozona hanno approvato, nonostante non poche perplessità.

In cambio di 7,2 miliardi di euro il governo greco si impegna in un programma di riforme che tocca alcuni punti salienti, quali la lotta all’evasione fiscale, l’eliminazione degli incentivi e degli scivoli per il pensionamento anticipato, il blocco degli stipendi pubblici con possibilità di alzare il livello dei salari minimi. Va notato però che il tempo per la presentazione del programma è stato decisamente troppo breve e non ha permesso un dibattito accurato all’interno del governo, così come il programma stesso non innova molto rispetto ai piani già proposti nel passato né appare totalmente convincente per i “partner” europei..

Ma le conclusioni di quanto avvenuto fino ad adesso non possono essere espresse in termini così semplicistici, è opportuno andare oltre la semplice analisi tecnica dell’accordo.
Il valore simbolico da attribuire al compromesso trovato sul debito non si deve limitare a individuare un vincitore e un perdente ma deve andare al vero fulcro della questione.
Non possiamo restare indifferenti al fatto che il popolo greco ha espresso un pensiero che va ben oltre la Grecia e che i punti (per molti aspetti innovativi) sollevati da Alexis Tsipras, nel tentativo di migliorare le sorti della sua gente, hanno messo a nudo i limiti della costruzione europea.
La sua vittoria e le sue richieste hanno certamente costretto, o avrebbero dovuto costringere, gli europei ad una profonda riflessione sui dilemmi strutturali dell’edificio comunitario.

La crisi greca ha coinvolto ad interim l’intera Unione: da un lato ha mostrato come i destini degli Stati europei siano profondamente legati (il problema greco ha e avrà ripercussioni in tutta Europa); dall’altro ha rilevato la completa incapacità delle istituzioni europee nell’affrontare la questione.
Da un lato abbiamo uno Stato che deve “ripagare i propri errori” nei confronti di una comunità nazionale e sovranazionale, dall’altro abbiamo una comunità fragile, che non dispone dei mezzi sufficienti per permettere un sollevamento di un popolo prostrato dalla crisi.

A questo punto, sorgono spontanee alcune domande.
Perché le sorti della Grecia sono in mano a organi sovranazionali non dotati di piena legittimazione politica? Perché si pensa, o almeno i media ci inducono a pensare, che la Grecia riuscirà a uscire dalla crisi in assenza di crescita interna e soltanto ripagando il debito, nonostante in questi anni vi sia stata la dimostrazione lampante del contrario?
Rispondendo a questi quesiti appare evidente l’urgenza della volontà politica di un trasferimento di sovranità effettivo alle istituzioni europee esistenti da parte degli Stati nazionali, ma soprattutto della costituzione di veri e propri organi democratici, eletti dai cittadini europei. Non si tratta di ri-nazionalizzare le scelte politiche, ma di spostare il fulcro della democrazia e del controllo popolare a livello sovranazionale, europeo, ovvero laddove gli effetti di ogni crisi si ripercuotono e dove possono essere affrontati e risolti efficacemente

Per permettere all’Europa – e di conseguenza la Grecia – di uscire dalla situazione attuale di stallo politico e crisi economica, è necessario un livello straordinario di investimenti pubblici europei, non dipendenti dagli stati nazionali, bensì coordinati da un governo europeo e basati su risorse proprie ottenibili attraverso la creazione di un bilancio europeo autonomo. Più nello specifico, si tratta di far partire un vero e proprio New Deal inteso come piano di rilancio dello sviluppo e dell’occupazione e che interessi le infrastrutture di base ( reti energetiche, trasporti), la ricerca scientifica e l’istruzione superiore, l’ambiente nonché la salvaguardia del territorio e del patrimonio culturale. Tutto ciò finanziato da risorse comuni, ottenibili tramite, ad esempio, euro-bonds (obbligazioni emesse a livello europeo e a carico e garanzia del bilancio europeo), carbon-tax (tassa sulle emissioni di anidride carbonica) e tobin-tax (tassa sulle transazioni finanziarie).

In un mondo globalizzato come è quello attuale è chiaro che la risposta alla crisi non si trova all’interno dei singoli stati nazionali europei, che divisi non sono in grado di rispondere alle esigenze della storia, ma piuttosto nella creazione di una vera democrazia e di reali poteri a livello europeo, una Federazione degli Stati Europei.