Cari amici dell’Isola di Uait, ogni volta che assisto ad un vostro concerto mi capita sempre di sedermi sulla stessa sedia, anzi, è sempre lo stesso, inconfondibile seggiolino della mia vecchia Mini Minor. La ricordo ancora; rossa come la rosa di Gramsci, rombante come i cannoni della Rivoluzione d’Otto bre. Parliamo di politica? No, tranquilli. Il vostro repertorio è un pieno di benzina per tornare indietro nel tempo, e voi, per ritrovare quei luoghi siete meglio del navigatore satellitare. Che musica, che curve a strada vuota, che cosce avevano i trattori del Primo Maggio. Chi guardava solo le bandiere che sventolavano ha perso alcuni dettagli importanti. E più ci penso, più mi convinco che quello fu il tempo che può essere raccontato meglio da chi conosce la storia dei Nomadi e dei Dik Dik, che non la storia delle Brigate Rosse. Per molti di noi, quello fu il tempo delle parole d’ordine urlate impugnando il megafono a muso duro, ma fu anche il tempo di una musica che attraversava i canneti da un argine all’altro, e ti diceva dove suonava la giostra, il giradischi. Ah, la festa in casa; le copertine dei dischi che ancora profumano di “Rosso Antico”. Mentre scorrono le vostre canzoni, non voglio perdermi nemmeno una delle mille cose che mi attraversano da sinistra a destra, anche le poche strade non ancora asfaltate, polverose, quelle che portavano dove, appunto, la strada finisce e ti ritrovi nell’aia, davanti alla conca del ramato per le viti, una fila di galline impazzite, e sotto il ciliegio, lei, che ascolta “Cammelli e scorpioni” cantata da un certo Mario Zelinotti. Il mangiadischi è uno schifo di plastica arancione, ha le pile quasi a zero, ma la ragazza, sembra una limonata nel deserto: “Scusi, signorina, per andare a Tobbiana?...” “E che ne so … quella di Prato, o quella di Fognano?”. Era fatta; ci stava. Che tempi, che battaglie per attaccare discorso: il 68 fu tutto una lotta per sistemarsi i capelli prima di abbordare una ragazza. E diciamolo, a parte i casi di militanza o di autentica vocazione alla politica, pochi di noi avevano letto fino all’ultima pagina “I pensieri di Mao”. Ci salvò la musica, questa è la verità. Ci salvò l’idea di mettere dei fiori nei nostri cannoni, e quel “Bisogna saper perdere”, che non si riferiva all’Etiopia ma era dedicato ai nostri piccoli o grandi fallimenti in amore. E dunque, amici dell’Isola di Uait, voi descrivete e ricantate lo splendore di un tempo che, come un bagno alla curva del Cantone, ritorna presente, fresco. Eppure, nessuno sembra in grado di riconoscere i tratti dei piccoli fenomeni sociali, il fatto che ai vostri concerti ci siano dei ragazzi veri o di una certa età che vi seguono e cantano le canzoni che, da anni, ormai non facevano più parte del business discografico, se non è un miracolo è almeno un elemento che spiazza il mercato. Già, il mercato è una brutta bestia che tenta di propinarti cose sempre nuove, e quando non può competere con l’attualità delle cose vecchie, impazzisce, non comprende la proposta, non capisce il messaggio di chi “lavora” per amore, come si evince dalla splendida interpretazione di “bocca di rosa … lei lo faceva per passione”. E questo non capirci niente, succede anche a certi opinionisti televisivi esperti di fenomeni sociali. Studiosi, sempre più voluminosi e informati, sempre più concreti, aridi come un sondaggio sulle carmi in scatola, si sdraiano nei migliori e nei peggiori salotti trasmessi in fascia protetta, dove si allunga il brodo dell’ignoranza e della mistificazione. Si imbroglia, quando si tenta di riallacciare e coinvolgere una generazione, la mia, mescolandola alla sofisticata tragedia conosciuta come “gli anni di piombo”. Il sociologo mente, sapendo di mentire, poiché non riesce o non vuole distinguere nettamente, nel contesto di quegli anni, tra la musica che usciva da una chitarra Fender Stratocaster, e quelle parole d’ordine che uscivano dai megafoni, accompagnate dai testi di Ivan della Mea, Pietrangeli, e pochi altri straordinari interpreti di una canzone che sgorgava nelle piazze, davanti ai cancelli delle fabbriche presidiate. Nella musica che ci ricorda l’Isola di Uait, non c’era una vera implicazione politica: erano due cose diverse. La prima era il sogno, la California, il viaggio di un poeta a chitarra in mano. La seconda, era il treno della lotta di classe, delle Università occupate, dei volantini ciclostilati di notte. Quel treno stava attraversando anche l’Italia e qualcuno pensò bene di farlo deragliare In quella parte, in quel disperato frammento ideologico dove affiorava chiaramente la matrice di una politica esclusiva, selettiva, infiltrata da pseudo rivoluzionari con la puzza sotto il naso, altro che proletari e figli dei fiori. Dietro le quinte di quel teatrino per pochi abbonati intellettualoidi si muovevano i fili che ancora oggi alimentano il disordine e le frustrazioni di vecchie e nuove esperienze. Questo per dire che la vera storia di quegli anni si ritrova meglio nel testo di “Dio è morto” che non dietro la retorica di certi tromboni conferenzieri . E allora, grazie, ragazzi dell’ISOLA DI UAIT, per come cantate e raccontate il sogno, leggero e pulito, senza il soprassalto violento di ben altre azioni parallele ma distinte. La parte descrittiva, quella che introduce ogni vostro brano, talvolta rivela aspetti inediti, senza magnificare o tendere al gigantismo: piccoli segreti sapientemente calibrati, mai enunciazione. Tutto è ben dosato per toccare, oltre le corde della chitarra, anche quelle del cuore. Detto questo, la suggestione e la nostalgia c’entrano fino a un certo punto: la piazza non si riempie se non si è anche bravi. Per finire, si dirà che essere musicisti e profeti in patria fu difficile per tutti, meno che per un complesso formato da un gruppo di ragazzi di una certa età.
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