In occasione del settantesimo anniversario della liberazione d’Italia, la nostra rubrica lascia spazio alla grande Storia vista attraverso gli occhi di un ragazzo.

Di Silvia Ballati.

Guardatelo bene, chissà se lo riconoscete quel ragazzo? Guardatelo meglio, così impaurito affamato e magro… sicuramente non lo riconoscete… non vi potete ricordare di lui… è un ragazzo solo in cima all’Europa con i suoi diciannove anni sparato dentro una guerra mondiale, inconsapevole, stranito e perso…. si chiama Francesco è il figlio di Nello il falegname… hanno casa e bottega al Cipresso di Piazza. Guardatelo quel soldatino di leva partito controvoglia a metà agosto del ’43 e fatto prigioniero dai tedeschi a Tortona la notte dell’otto settembre. E’ stato disarmato umiliato e ammassato in un vagone bestiame di un treno merci insieme ad una cinquantina di altri soldati di tutte le età e di tutti i reggimenti provenienti dallo sfacelo del nostro esercito italiano. Ha viaggiato così senza cibo e con poca acqua per tre giorni e tre notti tagliando in due con le rotaie città devastate dalle bombe e ad ogni stazione dove quel treno si fermava gettava da una fessura del vagone dei bigliettini dove chiedeva, a chi avesse letto, di avvertire la sua famiglia che lui era vivo e che lo stavano portando via!

La storia di Francesco è la storia di una generazione che ha fatto i conti con la follia… la follia che è arrivata al potere dichiarando GUERRA a tutto un mondo consolidato e conosciuto per sconvolgerlo fino alle radici. Francesco ha dovuto vivere e sopravvivere a tutto questo con i suoi diciannove anni, conoscendo la fame, la paura l’umiliazione, la rabbia; ha patito le bombe,ha fatto i conti con la stupidità, con la cattiveria… in poche parole con la tragedia vera!

Non so dove abbia trovato la forza per poi tornare a casa; tante volte ho sentito la sua storia… lui raccontava, però, solo piccoli episodi, cose semplici, non gli ho mai sentito raccontare la paura… anche quando parlava di bombardamenti di fucilate di scontri di marce sotto la neve con gli zoccoli di legno … sembrava tutto un film,un romanzo epico velenoso ma lontano…sempre più lontano! Non ho sentito la paura che doveva aver patito lui nell’attraversare quegli anni maledetti, non mi arrivava il freddo della baracca né la fame, per quelli ci vuole altro, bisogna essere lì… e lì c’era lui da solo! Ha dovuto imparare subito la lingua dell’oppressore… memorizzando i numeri che aveva cuciti addosso e che erano il suo nome durante gli appelli nel campo di disciplina dove lo deportarono. Rispondere a quelli appelli era vitale… doveva imparare i numeri e rispondere per restare vivo. Doveva uscire dal campo per non morire di fame e decise di collaborare lavorando in una fabbrica di finestre…lui falegname…si guadagnò una posizione rispettabile con i civili che erano in quella fabbrica che lo accolsero permettendogli di uscire durante il giorno dalla prigione mortale del campo…Uscire significava cibo significava caldo significava vita in più.

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Francesco si è sempre lasciato una scorta di speranza,una sua personale via di fuga,tanto che è tornato in Italia portando con sé come lasciapassare per la libertà il suo orologio, il suo anello d’oro e tre scatolette di carne. Questi oggetti hanno patito con lui tutti gli orrori ed i dolori di quei due anni di prigionia diventando simboli di speranza…al di là del momento che poteva essere tragico o che poteva essere l’ultimo lui sapeva che aveva con se un tesoro di sopravvivenza,una merce dell’ultimo scambio che forse gli avrebbe salvato la vita…un po’ di vita in più per poter vedere la fine dell’incubo. Come ha fatto a non mangiare la carne di quelle scatolette quando la fame gli mordeva forte lo stomaco e non riusciva nemmeno ad alzarsi dalla branda per la debolezza? Com’è riuscito a risparmiare quel cibo conservandolo per un momento più brutto di quel brutto che sopportava tutti i giorni? “Era la guerra…” mi rispondeva sempre così… con una saggezza di uomo maturo che non capivo in testa al ragazzo affamato che aveva patito quella fame! Già quel ragazzo che io non ho mai conosciuto… deportato ad Amburgo… “sul mare del nord” come spiegava lui arrivato con i sandali ai piedi ed un sacco da marinaio con dentro due maglioni così preziosi che gli costarono tre giorni di scazzottate violente dentro la baracca per difenderli… Non l’ho conosciuto con la sua fame nera mentre affetta un pane nero in diciotto sottilissime fette sapendo che l’ultima sarebbe toccata a lui,perché a turno doveva tagliare il pane,e le fette dovevano essere identiche,perché un grammo in più o in meno significava tanto!

Non ho conosciuto quella sua gioventù mutilata lacerata sporca urlata fatta a pezzi da quel mostro di Guerra, non ho visto il filo spinato, né le travi della baracca,non ho sentito il sibilo delle bombe né gli ordini in tedesco né il gelo delle notti e la paura di non farcela… Mille volte mi sono chiesta che cosa avrei fatto io al suo posto, mille volte per nessuna risposta! Neanche voi lo riconoscereste settant’anni fa… un ragazzo solo in cima all’Europa che indovina la vita per portare a casa la speranza. Forse un pò di Francesco è rimasto lassù… impaurito e magro con i suoi occhi che bucano cercando una strada,una via d’uscita che lo riportino indietro a casa sua al Cipresso di Piazza per cominciare l’avventura umana che si sentiva addosso,che si meritava e che sognava… E’ vero, è stata la guerra, il destino… anche la speranza l’amore forse, la gioventù, qualcosa che supera il terrore che è andato oltre il limite delle cose ed è tornato indietro pagando però un prezzo altissimo.

Francesco era mio padre ma nel 1943 lui non lo sapeva…voglio pensare che in qualche modo mi abbia portata con se attraverso l’inferno degli uomini per sentirsi meno solo.
Questo scrivere così ora per me è faticoso, perché devo attraversare strati e strati di ricordi e racconti fatti negli anni con quelle parole e quei gesti che si caricano della nostalgia di un vissuto nostro,intimo e lontano che è quello che oggi mi manca di più, ma in qualche modo gli dovevo un cenno, un pensiero un tributo perché lui c’era!

A Francesco
da Silvia Ballati