In occasione della proiezione di “Frastuono”, in anteprima nazionale e in data unica giovedì 26 marzo alle 21.15 al Cinema Globo, abbiamo incontrato Lorenzo Maffucci, che insieme a Nicola Ruganti e Davide Maldi è autore del film.

Innanzitutto, Lorenzo, di cosa parla il film?

Lorenzo Maffucci: Diciamo che il film non “parla”, nel senso che è proprio nel distacco dalle parole o dalle conversazioni che abbiamo cercato di costruire una narrazione sottile. Al centro del film c’è l’immagine di una persona adolescente che è doppia (Angelica, la ragazza, e Iaui, il ragazzo) e multipla (rispecchiandosi negli altri ragazzi che appaiono e scompaiono durante il tempo del film) e che ha trovato, forse, nella musica un linguaggio intermedio tra parola e silenzio grazie a cui riesce a farsi una ragione delle vicende del mondo. Ci sono cose di cui non è facile (o rispettoso, o esaustivo, o delicato) parlare, e di queste cose sarebbe opportuno tacere (come diceva il famoso filosofo) oppure tentare un approccio non frontale ma laterale.

Come arriva l’idea di realizzare un film e in particolare questo?

L.M.: Questo oggetto è il risultato di un lavoro collettivo che abbiamo portato avanti sempre di pari passo con Nicola Ruganti e con Davide Maldi. Nelle prime fasi del progetto, che è cominciato circa 4 anni fa, abbiamo pensato che la forma-film potesse essere una strada interessante da percorrere per le sue qualità di sintesi. Fino a quel momento Nicola e io non avevamo mai preso in considerazione questa possibilità, ma l’incontro con Davide, che aveva da pochissimo realizzato un bellissimo documentario che si chiama “Sul fiume”, ci ha convinti a tentare questo esperimento. Dopo i primissimi periodi di ricerca, interviste a musicisti, raccolta di suoni e immagini etc., abbiamo capito che sarebbe stato sensato concentrarci sulle vicende di Angelica e Iaui, che avevamo incontrato più o meno nello stesso periodo, quando avevano 17 anni, e che ci avevano colpito per la precisione con cui stavano cercando di trovare il proprio suono.

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Il film si profila formalmente anticonformista e controcorrente, per esempio nella sua assenza di dialoghi: c’è un motivo particolare per cui avete preso questa scelta stilistica e quali sono i modelli (cinematografici e non) a cui vi siete ispirati?

L.M.: Esiste un corridoio grigio tra mutismo e parola che è appassionante percorrere, perché ti mette di fronte a un mondo che non saremo mai in grado di descrivere nei dettagli. Non abbiamo mai dichiarato dei modelli espliciti, ma per quanto vale posso dire che in ambito cinematografico un autore che amiamo per la precisione e per la delicatezza è Gus Van Sant. Per il resto, lungo la via ci siamo appoggiati allo scrittore Cristopher Isherwood e al suo “Addio a Berlino”, al critico musicale proto-punk Lester Bangs, al pioniere del cine-occhio Dziga Vertov. Ma sono quasi solo nomi!

“Frastuono” era in concorso al 32° Torino Film Festival. Come è andata?

L.M.: Il festival di Torino è stata una esperienza toccante che ci ha messo improvvisamente di fronte a un contesto del tutto fuori misura rispetto a ciò a cui eravamo abituati. Anche il solo fatto di vedere il film proiettato su uno schermo grande come un campo da calcio in una sala da 600 posti è una cosa a cui devi essere pronto per non sentirti ancora più piccolo! Per noi è stato straordinario partecipare a questa accelerazione critica e ci ha aiutato anche a elaborare bene le occasioni successive, come il Trieste Film Festival dello scorso gennaio, dove abbiamo vinto il premio Corso Salani come miglior film della sezione Italian Screenings.

In una frase, perchè è un film che giovedì dovremmo tutti andare a vedere?

L.M.: Perché guardarlo insieme ad altre persone gli restituirà senso.

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