Conosciamo meglio una meraviglia artistica di Pistoia

Opera forse fra le più celebri e più particolari della città, il Fregio Robbiano con i suoi colori non può che colpire la vista anche dei passanti più sprovveduti. Prima di tutto è la sua posizione a suscitare sentimenti contrastanti. Appare in alto e quasi lontano, ancorato sul loggiato rinascimentale, ma al tempo stesso abbagliante e ineludibile nel suo insieme di colori. Doppia natura di un’opera che non si lascia comprendere tutta e subito: nello stesso momento in cui viene folgorato, allo spettatore è nascosto il significato della composizione, che merita una analisi più accurata.

Siamo in Piazza Giovanni XXIII, già Piazza di Santa Maria del Ceppo, dal nome della compagnia religiosa che mosse i primi passi nella fondazione dell’Ospedale. Qua, tra il 1526 e il 1528, lo spedalingo (ossia l’amministratore dell’ospedale) di nomina fiorentina Leonardo Buonafede volle una realizzazione che esaltasse la sua persona e al contempo desse un tratto di monumentalità e preziosità alla facciata dell’edificio, il cui modello ricalcava esplicitamente l’Ospedale degli Innocenti di Firenze.

La tecnica utilizzata (e gelosamente custodita) per forgiare l’opera è quella della terracotta invetriata policroma, messa a punto per la prima volta intorno al 1440 da Luca Della Robbia e perfezionata poi da Andrea e Giovanni all’interno della bottega di famiglia. Consiste in una modellazione della terracotta che viene dipinta con un rivestimento colorato e successivamente cotta. Colori e forme diverse necessitavano di temperature di cottura differenti, e in questo consiste la difficoltà da cui deriva la grande abilità dell’artista.

Si rende necessaria una una doverosa precisazione. Il Fregio infatti ha più di un genitore, essendo molto probabilmente il frutto di un iniziale lavoro di Giovanni Della Robbia, proseguito però dall’antagonista Santi Buglioni, nipote del Benedetto Buglioni che alcuni anni prima aveva lavorato alla lunetta Incoronazione della Vergine e allo Stemma dell’Ospedale del Ceppo, entrambi posti sulla facciata. A questi si aggiunse anche Filippo di Lorenzo Paladini, artista pistoiese che terminò l’ultimo pannello circa sessanta anni dopo, senza conoscere i segreti del procedimento usato in precedenza, e dunque costretto ad utilizzare il più modesto stucco dipinto, assai meno resistente agli agenti atmosferici.

Raffigurate lungo tutto il Fregio sono le sette Opere di misericordia cristiane: Vestire gli ignudi, Alloggiare i pellegrini, Visitare gli infermi, Visitare i carcerati, Seppellire i morti, Dar da mangiare agli affamati, Dar da bere agli assetati. È degna di nota la posizione centrale in tutte le scene dello spedalingo, che con atteggiamento misericordioso verso i più deboli si fa vera e propria imago Christi, immagine di Cristo. Veste gli ignudi, lava i piedi dei pellegrini, assiste gli ammalati nella corsia dell’ospedale, concede la libertà ad un carcerato, è presente all’estrema unzione di un uomo, distribuisce pane ai poveri, porta brocche d’acqua agli assetati: c’è l’evidente esortazione alla cura del prossimo, ma anche l’intento di autocelebrazione e propaganda della figura del potente committente (che nel caso dell’ultimo pannello fu Bartolomeo Montichiari, succeduto al Buonafede intorno al 1528).

Fra gli anonimi personaggi che si mostrano sul lungo palcoscenico del Fregio ve ne è uno di grande importanza, e cioè San Jacopo, patrono di Pistoia, che nella seconda formella (Alloggiare i pellegrini) è riconoscibile dalla mantella e dalla conchiglia portata al collo.
Inoltre, nella scena dedicata all’assistenza degli infermi è esplicito il richiamo alla duplice attività nell’ospedale di scuola di medicina e di soccorso: si vedono difatti un medico e un chirurgo accompagnati nello svolgimento delle loro mansioni da infermieri e da allievi.

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Ad intervallare le sette opere troviamo le figurazioni di cinque Virtù cristiane: la Prudenza (in mano lo specchio necessario per guardarsi le spalle), la Fede (ne è simbolo la croce), la Carità (mentre allatta i tre bambini), la Speranza (la pesante àncora portata con serenità testimonia la certezza di una ricompensa ultraterrena dopo la sofferenza mondana), e infine la Giustizia (immancabili la bilancia e la spada).

Un piccolo appunto sulla loro posizione e sulla loro natura: la Prudenza e la Giustizia sono Virtù cardinali, proprie cioè del vir bonus, l’uomo di valore, ossia di colui che rettamente conduce la sua vita terrena. Queste Virtù (in origine nel totale di quattro, con la Temperanza e la Fortezza che mancano nell’opera pistoiese) non erano però esclusiva della cristianità, ma venivano già enunciate nel mondo classico, in particolare da Platone. Furono poi riprese dalla dottrina cristiana, e andarono a costituire i pilastri di una condotta orientata al bene.
Fede, Carità e Speranza (Virtù teologali) a differenza di quelle cardinali non possono essere ottenute con il solo sforzo terreno. Queste necessitano infatti dell’intervento divino, vivificando l’intelletto umano e predisponendolo all’intuizione della Trinità.
La loro collocazione non è pertanto casuale: le Virtù teologali, che sono proprie di Dio, sono centrali, mentre le Virtù cardinali, proprie dell’uomo, occupano la parte più esterna. Segno tangibile della superiorità della Grazia divina sull’agire umano, anche e soprattutto in un campo come quello medico, che nel medioevo ancora non ruotava nell’orbita della scienza empirica.

Particolare interessante, ancorché enigmatico, sono le due arpie che si stagliano sui due angoli del porticato. Demone alato infernale, ibrido terrificante di donna e uccello, l’arpia robbiana non è chiaro quale significato portasse con sé. Forzando l’esegesi, vorremmo scorgere nelle arpie del Fregio un vago richiamo al Canto XIII dell’Inferno dantesco, dedicato al girone dei suicidi, sui quali vigilano queste cupe creature:

“Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.”

La ragione che ha indotto il Della Robbia a porre a guardia del Fregio (e quindi dell’ospedale) questi esseri infernali potrebbe essere la medesima che ha visto Dante immaginarle nidificare tra le piante dove sono imprigionate le anime dei suicidi: gioca forse un ruolo fondamentale l’etimologia greca harpazein (cioè “rapire”, “portar via”) e dunque “le rapitrici”, coloro che secondo la mitologia strappano via gli esseri viventi dal mondo e li conducono nell’ al di là. Un segnale sinistro e inquietante certo, ma che posto emblematicamente ai bordi dell’edificio di un ospedale medievale sottolinea ancora una volta il carattere precario dell’esistenza terrena.

Il rimando arcaico e nebuloso delle arpie chiude simbolicamente il Fregio. Allegorie pagane e cristiane si intrecciano nella realizzazione, componendo un mosaico iconografico che con la sua vivacità di colori erompe dalla lunga striscia del loggiato. Ma solo apparentemente si lascia abbracciare dallo spettatore: capovolgendo per un istante i ruoli, sembra infatti che sia l’opera d’arte a prendere vita, con lo spettatore laggiù in basso costretto a subire, inerme e ipnotizzato, quasi impreparato, il fascino totalizzante del capolavoro robbiano.

 

[Credits photo: istela1 | alcuni diritti riservati CC BY-NC-ND 2.0]