La lingua italiana è una lingua che non riesce a superare gli addii. Ci ho fatto caso l’altro giorno.

Evento raro: ero andato al mercato, con il preciso intento di comprare delle fragole alla Martina. Stavo cercando di ricordare chi avesse le fragole più buone e chi invece mi avesse sempre rifilato quelle che sapevano tremendamente d’acido, quando mi sono imbattuto in un volto familiare. Cioè, probabilmente mi è risultato familiare perché mi è quasi venuto a sbattere contro, rivolgendomi un sorriso talmente radioso da risultare inquietante.

– Ernesto, ma sei tu?
– Sì, sì, sono io – ho risposto a disagio. Nella mia mente l’interrogativo andava prendendo forma.
– È da una vita che non ti vedo! Come stai?
– Scusa, ma chi sei?
– Sono Matteo! Il figliolo della Lidia.
– Ah, senti te! – Mi è sembrato scortese chiedere chi fosse la Lidia, sicché non ho detto nulla.
– Ma insegni ancora al liceo?
– Macché. Sono in pensione da sei anni.
– Caspita! E l’Antonietta?
– È morta –.

L’ho detto leggero, come una constatazione. Un tempo queste due parole mi devastavano. Il cervello le strizzava nei nervi a fatica. Scivolavano lente fino alla laringe. S’impigliavano nelle corde vocali. Rotolavano rovinosamente nella gola, in salita. Si infrangevano sulla lingua schizzando sulle labbra. La fatica di una vita condensata in un verbo essere e in un participio.
Matteo mi ha fatto le condoglianze, ma non lo stavo più ascoltando. Solo ora che le avevo pronunciate senza quello sforzo riuscivo a vedere le parole come le avevo sempre viste. Grammatica. Antonietta diceva che era una deformazione professionale. – La tua vita sta diventando un’analisi logica! – Poco male.
È morta.
Ecco, la lingua italiana è una lingua che non riesce a superare gli addii perché gli addii si sedimentano, si induriscono, macerano nella lingua stessa.
“È morta”, un minuto dopo che le vene hanno cessato di battere, è voce del verbo morire, terza persona singolare, tempo passato prossimo: predicato verbale. “È morta” raccontato a un Matteo qualsiasi in un mercato assolato è verbo essere ausiliare più aggettivo: predicato nominale. Qualunque professore direbbe che questa seconda analisi è sbagliata: ma no, morire, suvvia, morire è un’azione, predicato verbale, in questo caso al passato prossimo, ecco perché c’è quel verbo essere. Non è vero. Il primo, sì, è un’azione: è morta. Ora, in questo momento. O una settimana fa, dieci anni fa. È morta. Ha cessato di vivere. Stop. Il secondo non è un’azione: è un modo di essere. Di vivere, paradossalmente. E l’Antonietta? È morta. Nel senso che in questo momento e sempre l’Antonietta è morta, come dire che è bionda o rompicoglioni: è il suo modo di essere, di starmi accanto. La differenza sta nel modo in cui “è” e “morta” si strizzano nei nervi scivolano fino alla laringe s’avviluppano nelle corde vocali si sputano fuori dalla lingua.
E non è mica che questa stranezza si limiti al verbo “morire”, eh. È andata. Dove? No, in generale, è andata. È partita. Ma torna? No, no, è proprio partita. Non torna più e se torna non me lo aspetto. Mi abituo. Mi plasmo attorno alla sua assenza.

Proprio come fa la lingua italiana.