La fusione dei piccoli comuni della montagna pistoiese è sempre più probabile. Potrebbe così nascere un comune unico o due nuovi comuni. Quali sono i rischi e le opportunità?

La montagna pistoiese è attraversata da una costellazione di comunità con origini antiche, caratterizzate da singole peculiarità ma anche storie simili e da tessuti produttivi che sembrano essere tutti figli dello sfruttamento responsabile delle risorse che circondano i piccoli centri abitati (acqua, legna, castagni e neve).

Quello che i cittadini della montagna non avevano previsto è l’inchiesta “shock” che ha coinvolto la ex-Comunità montana, dove sono “scomparsi”, in virtù di una pluridecennale gestione dei conti molto “approssimativa”, quasi dieci milioni di euro. Un terremoto che ha messo in crisi la classe politica della montagna e che, al tempo stesso, potrebbe rappresentare l’occasione per ripensare l’assetto istituzionale del territorio.

Già nel 2012, a ridosso dell’inizio dell’inchiesta sulla Comunità montana, un comitato di cittadini propose la fusione dei comuni di Abetone, Cutigliano, Piteglio e San Marcello. La proposta del “comune unico” arrivò parallelamente all’ipotesi di una gestione comune dei servizi attraverso l’Unione speciale dei Comuni, ente di secondo livello (cioè composto da rappresentanti dei comuni indicati dai Consigli Comunali) che avrebbe permesso di conservare nelle mani della montagna quei servizi che fino a pochi anni prima erano gestiti dalla Comunità Montana.
La proposta, quindi, non riscontrò grandi consensi né fra i cittadini né nel mondo politico, e finì così per essere bocciata dalla Regione Toscana (cui spetta la competenza di indire referendum popolari per l’accorpamento e la fusione dei comuni).

Alcuni servizi, a partire dal trasporto pubblico e dalla sanità, messi a dura prova dai tagli agli enti locali decisi dagli ultimi governi nazionali, sono quindi gestiti, anche oggi, grazie all’Unione dei Comuni della Montagna Pistoiese, che vede associati Sambuca Pistoiese, Piteglio, Cutigliano e Abetone.
Il dibattito sul comune unico è però tornato prepotentemente sulla scena nell’ottobre scorso, quando il Sindaco di Cutigliano Tommaso Braccesi ha annunciato di voler procedere sulla strada della fusione dei comuni di Abetone e Cutigliano.

La notizia, in larga parte inaspettata, ha rinfocolato il dibattito sull’ipotesi di fusione e ha portato a una nuova proposta di referendum per la fusione entro  il 2016 di tutti i comuni della montagna, presentata in Regione da alcuni consiglieri regionali (Venturi e Morelli del PD, Benedetti di NCD, Gambetta Vianna di Più Toscana).
Si è aperta anche un’altra interessante ipotesi: la fusione di Abetone e Cutigliano e di San Marcello e Piteglio, ipotesi, quest’ultima, che ha già incontrato i favori delle due amministrazioni in carica (il consiglio comunale di Piteglio ha già approvato una mozione orientata in tal senso).

Adesso non resta che attendere il rinnovo del consiglio regionale con le elezioni in primavera (il Presidente della Regione non può autorizzare referendum durante il periodo di campagna elettorale) per capire quale tipo di “fusione” attende i comuni della montagna.

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Cosa cambierebbe con la fusione dei Comuni?

La fusione snellirebbe i processi amministrativi ostacolati da un funzionamento rugginoso dell’Unione dei Comuni, incrementerebbe il peso politico del territorio e potrebbe avere ricadute immediate: la gestione dei servizi pubblici risulterebbe più pratica ed economica e i progetti che gli amministratori delle piccole realtà tentano quotidianamente di finanziare potrebbero ricevere finanziamenti più facilmente, considerato l’orientamento generale di premiare i progetti che si rivolgono ad aree vaste.
I costi della politica sarebbero minori e soprattutto il nuovo ente potrebbe aspirare a sostanziosi contributi statali e regionali (il comitato fece una previsione di quasi 11 milioni di euro per la proposta di fusione originaria).

E i rischi quali sono?

L’aspetto senz’altro più delicato è rappresentato dalla tutela delle frazioni più periferiche: per questo i partiti dovranno assicurare la rappresentanza politica, anche nella composizione delle liste alle elezioni, di tutto il territorio.
Allo sforzo intenso in favore della fusione dovrà corrispondere l’impegno di non lasciare sole le aree che più di altre vivono situazioni disagiate. Andranno previsti importanti investimenti per contrastare il pericolo dello spopolamento e la mancanza di infrastrutture, magari con un occhio di riguardo per il recupero degli edifici in stato di abbandono, il miglioramento della viabilità e il riassetto idrogeologico del territorio.

Le fusioni dei comuni, in ogni caso, non sono obbligatorie e sono vincolate dagli esiti dei referendum. In Toscana, fra il 2012 ed il 2014, si sono svolti 15 referendum per proposte di fusioni e soltanto 7 di questi hanno portato alla costituzione di un nuovo comune.

L’ultima parola, quindi, spetterà ai cittadini.