Ci avviciniamo a certe storie quando ne abbiamo bisogno.
Allora funzionano come specchi che rimandano la più inusuale delle immagini – un volto, una forma di salvezza che ci corrisponde. Tra i molti libri per cui questo è vero, penso alle opere di Janet Frame, la scrittrice neozelandese che grazie al suo talento evitò la lobotomia. Alla soglia dei trent’anni era sopravvissuta a una diagnosi errata di schizofrenia, all’internamento in una struttura manicomiale e a centinaia di elettroshock.
Nei suoi racconti un immaginario fiabesco dà voce e dignità agli eventi tragici della sua vicenda, che è infine quella di un essere umano, sincero fino al punto di essere ritenuto folle, i cui comportamenti si allontanano da quanto si ritiene comunemente accettabile, la cui fragilità è troppo esposta, i cui traumi e i precoci lutti familiari non sono né rimossi né nascosti, la cui timidezza impedisce la comunicazione con gli adulti, non riconosciuti come simili.

Ma le parole gridano quando l’oppressione è così poderosa da renderci la pelle trasparente, da risplendere e spaventare gli altri. Per questo a volte certe cose non si possono dire e occorre scriverle, occorre un altro mondo, un paese lontano in cui viaggiare e trovare il reale, per non esserne sconfitti ma diventarne parte.
Da bambina la Frame aveva scritto in un diario: “loro credono che diventerò un’insegnante, ma io diventerò un poeta”. Per quanto inappropriata come professione e per una donna negli anni Trenta, eppure fu proprio questa vocazione, accolta e difesa che, dopo averne provocato l’esilio, le fornì il riscatto.
Dicono i versi di Rainer Maria Rilke da cui Un angelo alla mia tavola, il romanzo autobiografico, prende il titolo:

Resta dove sei, non ti muovere
Se all’improvviso un angelo si siede alla tua tavola
Cancella piano le poche grinze
Della tovaglia sotto il tuo pane.
Offri i tuoi pochi bocconi
così che lui possa assaggiarli
e portare alle sue labbra pure
un semplice bicchiere di tutti i tuoi giorni.

L’angelo che arriva inatteso è, nel caso della Frame, l’arte poetica, la vera vita che già per Virginia Woolf risiedeva solo in quanto evocato dalla scrittura; ma più profondamente e in modo universale, l’angelo, che non tutti riconoscono, è l’essenza, quell’autenticità che fino alla fine si manifesta, fino alla fine mette in atto il processo di conoscenza di sé. Ci vuole audacia per stare sull’orlo di un pozzo, guardare dentro sbilanciandosi, portare fuori nella terra dei vivi l’esperienza che risiede laggiù, il buio che misura la luce.
Forse la follia non è che questo: una perdita di equilibrio, una caduta là dentro. Ma mi chiedo se chi nemmeno getta un’occhiata sia davvero più sano. Prendi la penna e impara a guardare, scriveva Amelia Rosselli, il più grande poeta del secondo novecento italiano, che per la sua follia morì suicida. Oppure prendi la scrittura e usala perché anche i muti parlino.

Nel mese di dicembre ho condotto insieme ad Azzurra D’Agostino, poeta di Porretta Terme, un laboratorio di poesia in un centro territoriale cui fanno capo alcune case famiglia della provincia di Oristano.
Il gruppo con cui abbiamo lavorato era composto di circa venti persone fra operatori e degenti psichiatrici di età compresa fra i venti e i cinquant’anni, individui la cui condizione li relega ai margini delle logiche sociali. Ciò che diviene molto chiaro in questa situazione è che non si ha nulla da insegnare, si porge solo uno strumento, una possibilità a un altro individuo di esporsi con coraggio. Noi non sappiamo le loro storie. Ma nel semplice gesto dello scrivere una poesia in sardo, un verso sul mare o su un animale amato, nasce la fiducia che ci sia qualcuno dall’altra parte capace di ascoltare, qualcuno che vuole vedere come sia in fondo una linea arbitraria quella che circoscrive la norma. E come talvolta sia chi non ha paura perfino di crollare, sia chi resta sotto, chi chiede nel silenzio, chi con la sua nudità non è affatto migliore, ma disarma, ribalta in un attimo ogni idea sull’utile e il disutile.
Ho pensato a Janet Frame che poté scrivere e quindi fu salva. All’affidarsi a qualcosa o qualcuno che ci dia voce in un gesto davvero fraterno. Alle frontiere effimere che non ci mettono al sicuro, alla grande paura che ci intima di vedere come siamo – per dirla con il poeta romagnolo Nino Pedretti, La paura, la paura che viene/ ma il cuore la tiene/come gli occhi dove passa la luna. Una luna di invenzioni e inganni, che vaga sui normali e sui pazzi, ci fa tutti minuscoli, uguali.

 

Riferimenti bibliografici

Janet Frame, Un angelo alla mia tavola, Torino: Einaudi, 1997
Nino Pedretti, Al Vòusi e altre poesie in dialetto romagnolo, Torino: Einaudi, 2007
Sylvia Plath, Opere, Milano: Mondadori, 2002
Amelia Rosselli, L’opera poetica, Milano: Mondadori, 2012
L’ultimo libro di Azzurra D’Agostino è Quando piove ho visto le rane, Livorno: “Premio Ciampi”, Valigie Rosse 2015.
L’ultima pubblicazione dove sono presenti poesie per bambini di Azzurra D’Agostino e Francesca Matteoni è l’antologia Scacciapensieri. Poesia che colora i giorni neri, Mille Gru, 2015.

* Il titolo dell’articolo è tratto da un verso di Tulipani, una poesia di Sylvia Plath.