Il racconto di Giuditta: negli anni ’70 Pistoia era già città dell’accoglienza

Scappavano dalla guerra, esattamente come oggi. E come oggi, l’Italia era vista come un approdo sicuro. Era il 1972 e l’Eritrea era un paese dilaniato dalla guerra per l’indipendenza dalla confinante Etiopia. Indipendenza arrivata solo nel 1993, quando il popolo del piccolo stato del Corno d’Africa, affacciato sul mare, ha votato il referendum per la secessione dall’Etiopia, sotto l’egida dell’Onu. E il 99% degli eritrei votò per l’indipendenza, dichiarata ufficialmente il 24 maggio 1993.

Questa è la storia di Giuditta, 63 anni, eritrea di nascita, ma pistoiese d’adozione, che vive in Italia dal 1972, quando, a 20 anni, si imbarcò su un volo munita solo di documenti e apposito contratto di soggiorno e lavoro in Italia, della durata di due anni.
Giuditta, come altre migliaia di suoi connazionali, scappava da una guerra intestina in un paese che lottava per la propria indipendenza, dopo che nel 1952 le Nazioni Unite avevano annesso il piccolo paese del Corno d’Africa come stato federato all’impero di Etiopia, e nel 1962 l’imperatore etiope Haile Selassie decise di annetterla definitivamente all’Etiopia.
È in quell’anno che comincia la guerra per ottenere l’indipendenza dall’impero del Negus (sostenuto economicamente dagli Usa), combattuta dal Fronte di liberazione eritreo (Fle). A cui si aggiunge a partire dagli anni Settanta un altro gruppo indipendentista, il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Fple), di ispirazione marxista, sostenuto dall’Urss, Cuba e blocco dei paesi non allineati agli Stati Uniti.
Ma è negli anni Settanta che scoppia una guerra civile tra i due blocchi indipendentisti, e comincia il grande esodo del popolo eritreo verso paesi europei come l’Italia.

«Sono arrivata a Pistoia 44 anni fa – racconta Giuditta – e ho trovato una città meravigliosa, accogliente. Qui c’era già una piccola comunità di persone eritree, circa 60, tra cui molte donne. Il nostro luogo di ritrovo – prosegue – era il bar Centrale in via Cino. Il proprietario, Renzo, era un uomo di straordinaria generosità e ci mise a disposizione due volte a settimana, il giovedì e la domenica pomeriggio, i locali della sua attività. È lì che abbiamo dato vita a una vera e propria comunità eritrea».
Quel bar divenne una seconda famiglia per Giuditta e per chi, come lei, era arrivato a Pistoia da solo. L’italiano lo conoscevano più o meno tutti – l’Eritrea era stata colonia italiana per anni – e l’integrazione in città fu semplice. «Non come oggi – dice Giuditta. Pistoia non è più quella di una volta. L’accoglienza è un po’ tornata indietro, le persone sono diverse, più chiuse. Sono cambiate molte cose, purtroppo, ma è importante capire che quando le persone scappano da una guerra, non si può far finta di niente».

La comunità eritrea fu attiva fin da subito sul territorio pistoiese con iniziative volte a raccogliere fondi per il Fronte di liberazione eritreo, impegnato a resistere contro l’occupazione dell’esercito etiope.
Cene con piatti tipici, feste nei circoli Arci, iniziative di accoglienza e integrazione. Attività che è andata avanti per anni, e che solo nell’ultimo decennio si è spostata verso Firenze, dove la comunità eritrea – a differenza di quella pistoiese – è ancora molto numerosa e attiva.
«Io sono una delle poche persone che ha deciso di rimanere a Pistoia – spiega con il sorriso Giuditta. Qui ho costruito la mia vita, qui mi sento a casa. Ho sempre lavorato, mi sono sposata e ho messo su famiglia. Molti mie connazionali, invece – spiega ancora – dopo la fine della guerra, nei primi anni ’90, hanno deciso di tornare in Eritrea. Io torno nel paese almeno una volta l’anno perché le mie radici sono lì, e lo amo molto, ma Pistoia è la mia casa».

 

[Credit photo: Michele Pignataro]