“Bah, la mia principale qualità è quella di restare inalienabile”

Un padre e una madre. Una compagna. Una enorme fusione societaria. Il periodo delle prime contestazioni studentesche. Gli strascichi della guerra. I Maiali. Un venticinquenne, Julian, figlio “né ubbidiente né disubbidiente”, fidanzato, erede, né contestatore né conservatore, ripiegato su se stesso al limite del mutismo. Un segreto “indicibile”.

È vero, nel Porcile diretto da Valerio Binasco che va in scena al Teatro Manzoni di Pistoia sono state apportate modifiche anche sostanziali rispetto al testo originale di Pasolini. Il regista decide così di oscurare certi aspetti (spicca la mancanza dell’episodio X, che vede il filosofo Spinoza apparire in sogno a Julian, con il quale ha un dialogo dirimente per sciogliere – forse – l’interpretazione del finale) per illuminarne invece altri, primo fra tutti il dramma interiore del protagonista, e di conseguenza il suo rapporto con il padre.
Una operazione di trasfigurazione che vede contrapposti il “teatro delle persone” di Binasco e il “teatro delle idee” di Pasolini. Terreno comune e conciliante delle due visioni sarà la narrazione del conflitto tanto tremendo quanto recondito che cova Julian.

Alla stregua di un esule, Julian rifiuta il suo posto nella storia, nella società, nella famiglia. Non partecipa, su invito della fidanzata Ida, alle prime manifestazioni giovanili che agitano il ‘67: “Adesso sei offesa perché non vengo a Berlino a fare il buffone con dei cartelli che oppongono terrorismo di giovani borghesi a terrorismo di vecchi borghesi? Mi sentirei fuori posto, avrei uno sguardo…straniato.” Tiene lontana Ida e rigetta indolente il matrimonio, che avrebbe significato il suo ingresso in società: “Io non ho nulla a che fare con te, nulla”.

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Ma non c’è disagio o turbamento in questa impossibilità di riconoscersi in un ruolo, in un nome datogli da una qualsivoglia istituzione. Julian ha un segreto, orribile e scandaloso, ma allo stesso tempo esso è l’unico accesso a quella scintilla di “pura vita” che riesce a farlo mantenere umano fra bestie, libero fra schiavi. Ovunque è porcile intorno a lui. Ovunque è sporcizia e compromesso, disumanità e cinismo. Ma è nel vero porcile, quello sul fondo della tenuta agricola paterna, fra sterco e maiali, che egli ritrova l’amore assoluto, e infine l’autenticità:
“Che cosa intendo per vita? Quella cosa che si crede eternamente appartenere agli altri (mentre in noi è incompiuta o è una colpa). Io devo entrare nella vita, per evitarla nei suoi aspetti più meschini, quelli sociali, quelli a cui sono legato prima per nascita… e poi per obbligo politico, conservazione o rivolta…”

Il protagonista si ritrova così a percorrere la sua personalissima Via della Croce, prima all’interno delle mura familiari, arrivando a cadere “né vivo né morto” in un letargico sonno: “Eccolo qui, come Cristo in croce” dirà di lui la madre, compatendolo al capezzale come una novella Maria. In seguito, risvegliatosi, la proseguirà in solitudine, con se stesso. Fino all’ultimo estremo gesto, che lo consacrerà al martirio. La fine giungerà proprio nel porcile, luogo della sua ossessione-liberazione, e sarà evanescente e impalpabile: non una sepoltura, non una voce, non un cadavere. Julian scompare in maniera quasi metafisica, lasciando sulla scena i maiali (quelli sì veramente laidi della sopraffazione e del dominio padronale, del possesso e della miseria morale): il padre, la famiglia, Ida, la società intera e le sue logiche brutali. Come a volerci sussurrare «Il mio Regno non è di questo mondo».

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Porcile è dunque il dramma di un mistero profondo e inafferrabile. L’atroce calvario di chi è consapevole dell’incomunicabilità della propria occulta passione. “Mi alzo la mattina. E cosa mi aspetta? Una giornata piena di questo mio amore. Grande importanza, nella gioia che ne provo, è che a conoscerlo sono soltanto io. E che quindi i suoi atti devono essere compiuti in segreto. Ma questo segreto…”. Il totale disinteresse per il mondo e per i suoi assurdi meccanismi alienanti lo porteranno a compiere quel distacco spontaneo e naturale, sebbene paradossalmente sofferto e travagliato, che lo eleveranno infine oltre i confini ristretti della vita terrena. E Pasolini, magistralmente, sembra suggerirci il rovesciamento finale: tutti i personaggi trovano il loro posto nel mondo, nella loro grigia e mediocre quotidianità (la casa, la famiglia, la carriera): ma sono in realtà tutti quanti già morti. Al contrario Julian muore, ma è come se avesse raggiunto la sua salvezza.

 

[Credits photo: Associazione Teatrale Pistoiese]