“La vita accanto” di Monica Menchi, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo di Mariapia Veladiano è andato in scena domenica 29 marzo alla Sala Francini di Casalguidi.

Una maschera che copre per metà il viso di Rebecca è l’emblema della schiavitù dell’apparenza che inchioda nell’angolo l’esistenza reietta dell’elemento distorto e disturbante.
Rebecca è nata brutta, di una deformità tanto indefinibile quanto evidente. L’immediata condanna, il disprezzo che scaturisce dalla percezione del difforme nel mondo che la circonda, ingenera nella bambina fin dai primi anni di vita la debilitante consapevolezza del rifiuto.
Un padre distante, indifferente, appena velato dal sottile imbarazzo di aver generato un piccolo mostro inerme, sordo al dolore che circonda la sua bella persona distinta; zia Erminia, seducente uragano dai capelli rossi, esuberante e imperativa; la grande casa dalle finestre chiuse, museo del silenzio che si deposita come polvere su una famiglia bloccata nei suoi ingranaggi.
Sulla piccola scena quadrata si crea uno spazio virtuale dove l’essenza della protagonista, l’anti-eroina che rifugge il centro del palco, si nasconde nei gesti composti e timorosi di Monica Menchi, ripiegata nelle spalle, paralizzata dalla maschera. L’handicap della bruttezza prende il sopravvento sulla persona, plasma su di lei un carattere debole, complementare e funzionale al proprio predominio.
La solitudine è il retroterra e l’orizzonte unico, una terra desolata popolata da ombre: la sagoma della madre, costante presenza assente, intuita, non compresa e mai osservata direttamente dalla bambina, precoce vittima di un ingiusto senso di colpa.
Un deserto tuttavia familiare ed accogliente, paragonato all’innocente crudeltà del mondo dei bambini, a quella mostruosa e consapevole degli adulti.
Nell’inferno della scuola, chiara e luminosa come un grande girasole soffice, Lucilla, la bambina grassa che non teme, non inorridisce davanti alla bambina brutta è un ritratto abbozzato nei gesti sinceri di un cuore grande che inonda gli altri di parole incontinenti.
I rapporti interpersonali sono minimi e a senso unico, il solo che Rebecca ha conosciuto; l’idolatria dell’esteriorità (rappresentata dalla proiezione sullo schermo sospeso di un enorme specchio che rifiuta l’immagine ed accoglie soltanto l’ombra) impone le sue leggi: una bambina brutta non può permettersi altro che stare al proprio posto, rispondere alle domande.
Fino al giorno dell’incontro con il pianoforte.
Chiuso fuori un mondo che ignora o tutt’al più rifiuta la sua presenza, ecco d’improvviso le mani, per un tragico ossimoro bellissime, abili, veloci artefici di bellezza sonora.
Il rapporto con la musica tuttavia resta sullo sfondo, come sottinteso e pudicamente sottratto allo sguardo del pubblico per rispetto di un’intimità ritagliata come inaccessibile universo privato.
L’approdo del viaggio introspettivo che fa da specchio ad un mondo di apparenze è nella scoperta dell’affetto a lungo nascosto dalla madre, nel tourning point del cambio di prospettiva, nella promessa dell’accettazione.