Un esercito di Erinni marcia compatto sulla scena avanti e indietro a spazzare con i piedi veloci ogni centimetro d’ombra. La ballerina nera, pedina impazzita che balla da sola in mezzo al turbine di fantasmi cade e cade infinite volte e viene alla fine risucchiata dal vortice nero di gambe e braccia.

Maria e le altre sorelle Macaluso sono un reparto femminile, guerrieri votati l’uno ad una fedeltà viscerale verso l’altro; nell’unità conservativa ed immutabile della sorellanza ognuno ha il proprio posto, come una scala che solo lo scandito ed uniforme ordine dei gradini rende funzionale, fragile e senza scopo il venir meno di una singola parte.

L’opera portata in scena a Pistoia da Emma Dante lo scorso fine settimana trae la propria forza e la propria luce dalla terra dell’autrice: potenze vitali ed archetipiche, di un mondo che resta matriarcale nelle vene primordiali di un’istintualità volta alla conservazione dell’equilibrio.

La potenza del femminile richiama eroine tragiche di una Grecia non troppo lontana: nelle sette manifestazioni della creatura ” donna ” rivive la furia di medee discendenti del Sole, o clitemnestre figlie di Zeus, circondate dall’inconsapevole percezione di una fine imminente.

La morte genera la storia: come un cigno che secondo il mito antico leva il suo canto più bello all’estrema soglia dell’esistenza, così Maria balla nuda e libera nel giorno del suo funerale prima di spegnersi finalmente fasciata da un magnifico tutù bianco.

Il ritmo incalzante degli scambi verbali intreccia una rete di rapporti immutabili, eterni, sospesi tra la regola di vita e la condanna perenne; l’imperativo comunicato nei gesti è il rispetto dell’ordine, del ruolo in cui si nasce all’interno della famiglia, di un moderno “ideale dell’ostrica” che protegge e chiude fuori da tutto ciò che non è lo scoglio dei legami di sangue. Ancora in termini verghiani – suggestione del contesto geografico o della musica del siciliano?- il tempo scorre sulla famiglia Macaluso, leviga le relazioni, Le frantuma e le trasporta con sé nell’ignoto: la madre, il padre, una sorella, il nipote se ne vanno come detriti trascinati via dalla marcia inarrestabile che affastella parole, volti, episodi in luoghi dove solo la memoria talvolta riesce ad arrivare.

Nel raccontare la vita interiore di un poligono di esistenze lo spettacolo è teatro nel senso etimologico del termine e si lascia apprezzare su più livelli: l’attenzione coinvolge e premia la vista con il dono della bellezza condensata nella fotografia, in una suddivisione dei piani che accompagna lo spettatore come una cinepresa. Sullo sfondo i caduti di questa vicenda familiare, di questa eterna conversazione in Sicilia, come carillon diafani sospesi in una dimensione estranea alle vicende umane, ripetono gesti meccanici, la danza delle proprie esistenze perdute, la scenografia di una storia che fa da fondale ad infinite altre.