In occasione della proiezione prevista per sabato 23 al teatro Bolognini di Pistoia all’interno del festival di antropologia contemporanea “Dialoghi sull’uomo”, una breve introduzione al film “L’inquilino del terzo piano”.

Trelkowski è un umile impiegato polacco naturalizzato francese, molto alla mano e dalle maniere gentili. Il giorno in cui decide di andare a vivere nell’appartamento di Simone Choule, una ragazza francese che pochi giorni prima ha tentato il suicidio, la vita di Trelkowski cambia. E con la morte di Simone, Trelkowski comincia a sua volta a cambiare e a notare deicomportamenti sempre più ostili da parte dei vicini.

Il film si apre con un piano-sequenza “fluttuante” (una delle prime inquadrature realizzate con la Louma, una gru telecomandata sulla quale è posta la macchina da presa) sul cortile del condominio.

Alle finestre, delle figure maschili diventano femminili e viceversa.

Qual’è il significato di questa immagine?

Che forse i protagonisti del racconto non riescono ad accettare e/o capire la loro identità sessuale?

O forse che nessuno, nemmeno il personaggio con l’identità più ovvia, è quello che appare?

E se nemmeno le vicende narrate fossero reali?

Di domande, L’inquilino del terzo piano, ne pone tante… e nessuna sembra trovare una risposta precisa.

Ma fornire risposte alle domande sollevate non è l’obiettivo principale del film di Polanski.

Scopo della pellicola è, bensì, quello di smuovere qualcosa nei recessi dell’animo di ogni spettatore.

Il dente nel muro, i geroglifici sulle pareti del bagno, il misterioso poster di Le Peinture Lure (che mostra una figura che si sdoppia) per le strade di Parigi, i rapporti tra gli inquilini… tutti (e molti altri) di questi strani dettagli non fanno altro che condizionare il subconscio.

E Trelkowski cambia… e così la realtà che lo circonda, che diviene opprimente e pericolosa.

Polanski introduce molti degli elementi della sua vita nel racconto di Roland Topor e si ritrova ad interpretare lui stesso lo sventurato Trelkowski (e a doppiarsi anche nelle versioni inglesi, francesi e italiane) rendendo il film ancora più personale e perfettamente coerente con la poetica del suo Cinema.

C’è un tema in particolare, oltre ad un’analisi freudiana sulla sessualità, che sembra ricorrere costantemente in ogni film di Polanski: l’incubo della quotidianità.

L’innocenza di molti momenti casalinghi, si trasforma in visioni disgustose di mostri e figure ostili che disturbano coloro che le osservano.

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Come può, un semplice colloquio con il proprietario dell’appartamento, sembrarci un momento così maligno?

Quale mistero occulto nasconde il bagno del condominio?

Perché i vicini sono così contro Trelkowski al punto da farlo vivere in uno stato di paranoia costante?

La teoria del complotto si accende immediatamente nella mente del protagonista ed è così forte da diventare un’alibi per sfuggire a qualcosa di più grande che è nascosto dentro di lui, e non all’interno dell’appartamento.
E un amore nato quasi per caso con la bella Stella (interpretata da Isabelle Adjani), acquista un’importanza particolare, dando un’altra chiave di lettura al tutto.

Da ultimo, quello che rimane dopo una, due o tre visioni del film, è la netta sensazione di smarrimento della personalità del protagonista.
Il luogo che lo circonda si distorce, si contorce fino a stritolare tutto ciò che contiene al suo interno.
Spremendolo e trasformandolo.
Trelkowski cessa di esistere e diventa Simone Choule… e viceversa.

Se mi tagli la testa cosa avrai? Me e la mia testa o me ed il mio corpo? Che diritto ha la mia testa di chiamarsi me?