Un libro che ricostruisce le vicende industriali di una fabbrica d’eccellenza del settore autoferrotranviario, che, fra gli anni ’50 e ’80, utilizzò l’amianto in varie fasi del ciclo produttivo con tragiche conseguenze sulla salute dei lavoratori.

Sabato 14 la presentazione in Sala Maggiore.

L’immagine di Pistoia, da più di un secolo, si lega a quella della sua grande azienda ferroviaria AnsaldoBreda. Un’azienda che si è fatta portavoce dell’industria ferroviaria ai massimi livelli, garantendo negli anni migliaia di posti di lavoro. Il primo stabilimento – fondato nella città toscana dalla società genovese San Giorgio nel 1905 – scriverà la storia industriale dell’intera città, delineando un legame sociale, politico e sindacale fra fabbrica, operai e cittadini pistoiesi.

Un’azienda che, però, a cavallo fra gli anni ’50 e ’80, ricorre all’uso di amianto nelle proprie lavorazioni. Scelta che, nei decenni successivi, peserà come un macigno sulla sorte dei lavoratori. L’amianto, utilizzato soprattutto nella fase di coibentazione delle carrozze ferroviarie, scelto perché materiale fonoassorbente ed estremamente resistente alle alte temperature, garantisce un perfetto isolamento termico alle carrozze ferroviarie, scongiurando il rischio di incendi o corto circuiti elettrici.
Il problema di fondo è che l’amianto è cancerogeno, e la letteratura medico-scientifica ne attesta la pericolosità addirittura ai primi del Novecento (è del 1906 la prima testimonianza medica di un caso di asbestosi a Londra), mentre è nel 1958 che si parla per la prima volta di un rapporto causa-effetto tra amianto e mesotelioma, il cancro incurabile provocato dall’esposizione alla polvere killer. Appare dunque evidente come, negli anni ’60-’70, le conoscenze mediche sul tema fossero già piuttosto diffuse. Nonostante questo sono migliaia le aziende che lo usano, complice, probabilmente, la sua semplice reperibilità (in Piemonte, a Balangero, si trova uno dei maggiori poli di estrazione del minerale da cui si ricava l’amianto) e il suo basso costo.

Il rovescio della medaglia, però, è tragico. La lunga esposizione alla fibra – in Italia dichiarata fuori legge nel 1992, con oltre nove anni di ritardo rispetto alla normativa della Comunità Economica Europea che già nel 1983 ne impone l’abbandono in ambito industriale – comincia a seminare morte fra i lavoratori già alla fine degli anni ’80, poiché il periodo di latenza delle patologie amianto-correlate può raggiungere anche i 40 anni. Probabile, però, che altre “morti sospette” precedenti a quel periodo siano passate inosservate per la scarsa conoscenza del problema da parte dei lavoratori e delle loro famiglie.

La consapevolezza della gravità della situazione tra gli operai arriverà solo ai primi anni ’90, quando un gruppo ristretto di operai fonda la commissione amianto per indagare sulle responsabilità aziendali circa l’uso di amianto. Un uso ormai comprovato.
La storia parla di un centinaio di morti riconducibili inequivocabilmente all’esposizione alla fibra, di cui più di venti casi sono mesoteliomi. La media pistoiese registra un caso ogni 200 abitanti, contro quella nazionale che parla di 3,6 casi ogni 100mila abitanti. Numeri che non lasciano spazio a sconti di pena per coloro che avrebbero dovuto garantire la sicurezza degli ambienti di lavoro, e invece hanno mirato solo ed esclusivamente al profitto aziendale.

La questione amianto a Pistoia, soltanto dal punto di vista giudiziario, si conclude con il processo penale contro i dirigenti Breda, accusati di omicidio colposo plurimo. La sentenza d’appello del 2008 decreta l’assoluzione per gli imputati. Nei fatti, però, la questione è tutt’altro che risolta. Nel 2014 si è continuato a morire a causa dell’amianto e la medicina si aspetta il picco di patologie amianto-correlate fra il 2015 e il 2020. In ogni caso, nessuno pagherà per gli errori commessi.

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Sabato 14 marzo, dalle ore 9 alle ore 13, presso la sala Maggiore del Palazzo Comunale di Pistoia si terrà il convegno “Raccontare l’amianto – La responsabilità di una informazione corretta ai cittadini”. L’incontro, organizzato dal Comune di Pistoia e dal Centro di documentazione sull’amianto “Marco Vettori”, ruoterà intorno alle problematiche relative al fare corretta informazione verso la popolazione.
Nella prima parte della mattinata sarà presentato il libro “Morire d’amianto a Pistoia. Il caso Breda e l’informazione” di Valentina Vettori, che ne discuterà con il sindaco Samuele Bertinelli. Il volume, pubblicato grazie al contributo della Fondazione Valore Lavoro di Pistoia e della Cgil Toscana, racconta le vicende della nota fabbrica pistoiese che, fra gli anni ’50 e ’80, utilizzò l’amianto nella costruzione dei mezzi autoferrotranviari, con tragici risvolti sulla salute dei lavoratori.
Seguirà un intervento della dottoressa Elisabetta Chellini – U.O. Epidemiologia ambientale occupazionale, Ispo Firenze – che illustrerà le patologie legate all’esposizione all’amianto riscontrate sui lavoratori Breda e i progetti di sorveglianza e prevenzione per gli ex esposti.

La seconda parte della mattinata vedrà protagonisti alcuni giornalisti impegnati a dialogare sul tema: “Le parole per dirlo: l’amianto tra cronaca, reportage e romanzo”. Al dibattito, moderato da Alberto Prunetti – autore di “Amianto. Una storia operaia” e collaboratore de La Repubblica-Firenze – parteciperanno Silvana Mossano, giornalista de La Stampa e autrice di “Malapolvere”, Giampiero Rossi, giornalista del Corriere della Sera e autore di “La lana della salamandra” e Silvano Balestreri, giornalista e docente di Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico presso l’università di Genova.

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