pezzettino-2Dedico questo pezzo a quel sindaco e a chi decide che 49  libri, alcuni belli, altri bellissimi, siano banditi dalle scuole primarie, perché “colpevoli” di essere stati messi in elencati nel progetto “Leggere senza stereotipi. La colpa di questi libri è invece una soltanto: che vanno aperti, sfogliati, letti, che richiedono quel minimo di fatica da compiere per ritrovarsi stupiti e commossi. Tra loro ci sono tre opere di Leo Lionni. Considero questo gesto ignorante una ferita personale, a cui la mia prima reazione sono state le lacrime –  ho pianto come fanno i fragili e i bambini. La seconda, invece, è stata l’amore. Eccolo qua.

 

Al mio amico Andrea Raos, dall’altra parte del mare. Al bambino Bernardo e ai suoi genitori, che mi hanno portato Guizzino. Ai librai, agli educatori, ai topi, pesci, coccodrilli e agli essere strampalati come noi.

Una volta ho frequentato anch’io la scuola elementare. Certi giorni la maestra Capecchi ci portava a disegnare a Pistoia Ragazzi, un centro comunale dove sperimentavamo tecniche nuove per colorare. Ad esempio mettevamo i fogli di carta su superfici ruvide, su rettangoli di vetro percorsi da colline e montagne aguzze e poi ci passavamo sopra i pastelli a cera per vedere che strana mappa sarebbe apparsa. Fu durante una di queste gite che ci dettero delle cartoline illustrate. Buffe davvero: sulle cartoline c’erano dei topini grigi, sempre indaffarati in qualcosa. Sulla mia c’era un topino profondamente assorto che portava un papavero come un ombrello – si chiamava Federico.

LEO-LIONNI-FEDERICO-MDa dove veniva e dove si perdeva col pensiero? Rimiravo l’immagine e non sapevo, allora, che era la copertina di un libro, che ce n’erano molti altri disegnati e scritti da un grande artista di nome Leo Lionni. Tuttavia il topino mi parlava, come se fra noi si fosse stabilita una strana sintonia e il giorno in cui  avrei conosciuto la sua storia avrei capito perché. Lo attendevo con attitudine fatalista e fiduciosa. Perché non sempre la curiosità vuole essere soddisfatta in una narrazione e io avevo già molto: un disegno che mi piaceva, un topino che assomigliava a me quando, presa nei miei pensieri fantastici, non mi accorgevo di restare indietro, di non ricambiare il saluto dei conoscenti, di  dimenticare perfino il luogo dove mi trovavo. Come quando in un museo la maestra dovette tornare indietro a prendermi: erano usciti tutti e io vagavo con la seggiolina pieghevole ancora sotto il braccio tra i ritratti del passato. Nella piccola illustrazione riconoscevo un animale affine.

Federico ha un po’ la funzione dell’alter ego di Lionni: è il topino cantastorie, che raccoglie colori e parole dal mondo, mentre gli altri fanno provviste per l’inverno. Che sciocco!, forse qualcuno esclamerà. Ma quando sottoterra, nel buio e nel freddo dell’ultima stagione i topini si fanno sempre più tristi è Federico a incantarli, a portare l’altro cibo che riempie una preziosissima parte del corpo: non la pancia, ma l’anima. Ognuno ha una sua ragione d’essere, basta aspettare che questa si manifesti, si faccia accogliere. Federico parte avvantaggiato perché sa cosa sta facendo, anche se gli altri topolini lo accusano di non lavorare: sa che i frutti del suo lavoro richiedono una pazienza maggiore e forse non può fare a meno di contare le meraviglie del mondo, tradurle in linguaggio – anche se questo significa vivere per molto tempo isolato, senza la comprensione altrui.

Riprendo ora il libro per ricordarmi di quando ci siamo incontrati, della sorpresa poi di aver provato anche io, crescendo, a inventare storie e poesie come quel misterioso topino della mia cartolina. Accanto a lui ce ne sono altri nella mia libreria: Teodoro e il fungo parlante; Cornelio; Piccolo blu e piccolo giallo; Pezzettino; Guizzino. Tutti loro hanno a che fare con dei personaggi … in cerca di identità. Teodoro prova ad ottenere l’attenzione degli altri topolini mentendo e la bugia gli prende la zampa: quando i topolini se ne accorgono non gli resta che fuggire di gran carriera. Ben diverso Cornelio, un coccodrillo che cammina su due zampe. Il mondo come lo vede lui da quella posizione non lo vede nessun altro coccodrillo. Cornelio non rinuncia alla sua particolarità – è curioso, è un esploratore e capisce infine che anche gli altri coccodrilli vorrebbero essere un po’ come lui, quando li scopre che tentano goffamente di imitare le sue acrobazie. Ciò che i coccodrilli non sanno è che non possono divenire Cornelio, ma trovare una personalissima ragione d’essere da portare nella comunità. Tutti e due, Teodoro e Cornelio, sfidano la logica del gruppo coeso contro lo strambo: ma il primo cerca la via rapida dell’inganno, causando la rabbia dei topolini; l’altro procede senza mascheramenti, seguendo la sua natura. Gli altri lo apostrofano con indifferenza: “Cosa c’è di speciale?”. E Cornelio se ne va arrabbiato a imparare cose nuove.  Alla fine capisce che la differenza tra lui e gli altri è una sola: non esistono bravi e meno bravi, adatti e inadatti; esiste chi ha il semplice coraggio dei curiosi e chi non ce l’ha.

E perché tuttavia bisognerebbe avere coraggio? Qui risponde Pezzettino, che non è un pezzetto di nulla – è se stesso, un intero cui serve la consapevolezza. Per questa minuscola gioia attraversa mezzo mondo, accoglie consigli, interroga creature, si frantuma – cioè soffre, ma Lionni ce lo dice così, con una pioggia di colori che sono i pezzettini senza occhi e senza bocca dell’unico Pezzettino. Se impari te stesso prima o poi qualcuno ti risponde. Qualcuno ti abbraccia. Non tutti – quelli giusti. Quelli che non ti vogliono in un certo modo, ma ti attendono per come alla fine tu stesso ti incontri e riconosci. Si tratta appunto di tentare di risolvere le moltissime domande e angosce di cui fin da piccoli facciamo esperienza. E di dirsi, forse, che essere piccoli come un “pezzettino” non significa necessariamente doversi accorpare a qualcosa di più grande: significa essere proprio grandi quanto serve. Del resto ognuno avrà una sua qualità. Guizzino, per esempio, che proprio pochi giorni fa mi è stato regalato nel disegno ad acquerello di un bambino, è un pesciolino nero che vive in un branco di pesci rossi ed è il più veloce di tutti: proprio in virtù di questo si salva dal feroce tonno che divora i suoi amici. Da solo si mette in viaggio – triste, ma non vinto, cerca una nuova compagnia. Quando incontra un branco tanto simile al suo li invita a uscire nel mare aperto per godere delle sue bellezze, ma i pesciolini temono i grandi pesci cacciatori.

guizzino

“Ma non si può vivere così, nella paura” esclama Guizzino che sa la perdita e la solitudine e di sicuro sa anche la paura: perciò l’affronta. Quante volte mi sono ripetuta questa frase diventando grande: non si può avere paura di tutto. E perché? Per la più difficile e banale delle cause: perché occorre vivere. Vivere come una macchiolina di colore in un libro che è molte cose: un pesciolino, una scaglia di coccodrillo, una coda di topo, un quadratino arancione – una vivace presenza che non si arrende. Occorre vivere, bambini. E più viviamo più troviamo la strada per il cuore degli altri, per convincerli a non avere a loro volta paura, per essere uniti insieme in un gigantesco pesce immaginario che riesce a scacciare i mostri, a rendere abitabile il mare. Occorre vivere per sapere cosa significa diventare un altro, man mano che diventiamo noi stessi. Accettare il suo punto di vista, meravigliarsi con organi di senso che nemmeno sospettavamo di avere, trasformarsi nella nostra avventura. Giocare come giocano Piccolo blu e piccolo giallo, così amici ed entusiasti da fondersi nel verde e diventare irriconoscibili perfino ai loro genitori. Un pianto liberatorio li riporta allo stato originario e nell’abbraccio con le famiglie tutti si fanno verdi, tutti si mescolano. Con la poesia del colore Lionni sussurra un segreto in bella vista: se hai il coraggio o l’incoscienza di provare perfino il dolore, l’estraniamento da coloro che ami, per la bellezza di stare al mondo, chi ti ama davvero alla fine comprenderà. L’amore non sta mai al sicuro. Sta dove le identità si mutano sempre in qualcos’altro, dove si rischia, dove si sceglie di perdersi pur di non perdere l’entusiasmo per la vita. Perché tutti i bambini vogliono una cosa dallo stare al mondo: essere felici. Che vuol dire: avere amici, ma non a costo dei propri sogni e del proprio carattere; riconoscere un luogo che sia casa, con finestre e porte aperte ovunque; imparare che ogni viaggio è un distacco e un avvicinamento al segreto che ognuno custodisce. Ecco io credo che nei libri di Lionni si incontri soprattutto questo: la possibilità di essere felici, trasformando il terrore in stupore – entrambi sono il grande mare del pesciolino temerario – per ribaltarli l’uno nell’altro occorre solo nuotarci dentro.

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