Rimarrà aperta fino a sabato 5 novembre, nei locali della Biblioteca “San Giorgio”, la mostra dell’illustratore Marco Paci dal titolo “Senza frontiere: oltre i segni di limite sulle carte, i segni disegnati sulla carta”.

Ideata dall’associazione “Orecchio Acerbo”, in collaborazione con il Comune di Pistoia e nell’ambito della rassegna “Infanzia e città” dell’Associazione Teatrale Pistoiese, la mostra volge lo sguardo ai bambini e alle bambine migranti, alle loro storie che si snodano fra le più diverse parti del mondo.

Marco Paci

Marco Paci

Un modo, attraverso le illustrazioni di Paci, per ridare dignità ad una discussione sui profughi, sulle frontiere, che dovrebbe riconsiderare le vicende umane, i sogni e le paure di chi sceglie – o è costretto a scegliere – di imbarcarsi confidando di poter trovare una speranza, al di là del mare, in Europa.

A margine della presentazione della mostra, inaugurata lo scorso primo ottobre, abbiamo incontrato e intervistato l’autore.

Sull’home page del tuo blog personale – www.marcpax.blogspot.it – hai messo una tua illustrazione dedicata “ai piccoli pesci che nuotano controcorrente”.
Anche quella dei bimbi migranti, costretti a crescere in un lungo viaggio verso una (incerta) possibilità di futuro, è in qualche modo una vita “controcorrente”, che nella traversata del Mediterraneo trova molte volte la tappa più difficile e drammatica.
Nei mesi che hanno preceduto questa mostra, hai avuto occasione di viaggiare attraverso i campi di accoglienza e i luoghi di transito dei migranti. Che cosa hai visto? E che cosa di questa esperienza ritieni di aver riportato nelle illustrazioni della mostra?

L’immagine dedicata ai piccoli pesci l’avevo pensata come un augurio rivolto a tutti i bambini e le bambine, una dedica e un invito a seguire i propri desideri di realizzazione, anche a costo di andare contro le convenzioni o gli stili di vita più diffusi. Ma dal principio pensavo anche a loro, ai tanti bambini migranti e alle loro storie di coraggio.
Negli ultimi mesi ho avuto la possibilità di incontrare diverse famiglie di migranti siriani, in attesa del riconoscimento della loro condizione di profughi, in fuga dalla guerra e tutt’ora bloccati in Grecia. Ho avuto modo di ritrovare in momenti diversi le stesse persone, gli stessi nuclei familiari e i bambini. Con alcune di queste famiglie è nato anche un rapporto di vera amicizia.
Sono stato tre volte in Grecia, per dei brevi periodi. Prima sul confine con la Macedonia, in un piccolo campo allestito dai migranti siriani in una stazione di servizio, da cui ha preso il nome, Eko camp. Poi sono tornato subito dopo che lo stesso gruppo di persone era stato sgomberato e portato in un campo allestito dal governo alla periferia di Salonicco, lontano dalla frontiera che cercavano di attraversare per raggiungere la Macedonia e il resto dell’Europa.
Ho incontrato e stretto legami con alcune famiglie e giovani in fuga dalla Siria e ho preso parte a dei laboratori artistici dedicati ai più piccoli. Le condizioni di vita in questi campi sono molto difficili. Centinaia di persone che sopravvivono in tende e alloggi di fortuna, con pochi servizi e spesso pochissima assistenza medica. Fortunatamente c’è anche un gran numero di volontari, sia di grandi organizzazioni che indipendenti da esse, che cercano di sopperire alle molte mancanze della gestione statale.
Ognuna di queste persone, arrivata lì dopo un viaggio durato mesi, ha un progetto, un sogno di una vita possibile. Io ho trovato una grande dignità, una speranza e una determinazione fortissime, insieme al bisogno di un riconoscimento, di stabilire dei rapporti umani, di essere riconosciuti ed accettati.
Da quei brevi viaggi in Grecia ho riportato molti schizzi e disegni che non hanno ancora trovato una forma compiuta.
bambino-e-pesci_coloretestoIn precedenza ero stato anche a Lampedusa, per una settimana e da quell’esperienza ho tratto un breve racconto a fumetti, pubblicato sul numero di aprile 2016 della rivista Andersen e che è esposto in mostra. In Grecia ho fatto anche moltissimi ritratti, perlopiù a bambini e famiglie nei campi e li ho regalati a loro. Molti li hanno appesi nelle tende e a me restano le foto ricordo che scattavamo al momento dello scambio.
Il mezzo del disegno, del ritratto, mi ha permesso di entrare rapidamente in un rapporto empatico con queste persone, superare barriere linguistiche e in alcuni casi è stato un primo passo per costruire dei rapporti che definirei di amicizia e che continuano anche a distanza.

Il tema epocale dei nuovi flussi migratori, e delle vicende umane che li accompagnano, emerge nel dibattito pubblico del nostro paese (in televisione ma anche sul web, a partire dai social network) lasciando trapelare o esplodere frustrazioni, paure, rabbia.
E i bambini, quando non sono saltuariamente protagonisti ed oggetto del battage mediatico (basta pensare al noto caso di Aylan, il bimbo siriano immortalato senza vita sulle prime pagine di tutti i quotidiani), divengono le vittime più invisibili e dimenticate.
Come hai scelto di focalizzare il tuo sguardo proprio sui bambini?

I bambini sono il nostro futuro e l’affermazione suona banale nella sua ovvietà. Eppure questo penso abbia diversi risvolti concreti. Nel modo in cui ci relazioniamo ai bambini oggi poniamo le basi degli adulti che saranno, i futuri cittadini dei nostri paesi.
Raccontare le storie di piccoli migranti, mettere in luce il coraggio di queste esperienze di vita, contribuisce a dare dignità a tutte queste storie e spero aiuti ognuno a trovare la sua dimensione, perché ogni storia personale merita un posto nel racconto collettivo che costruisce le nostre identità. Inoltre raccontare per i bambini permette di parlare anche agli adulti, che molto spesso queste storie le sentono raccontare dai loro figli, dopo incontri a scuola o in biblioteca.
Penso che i bambini siano eroici, per come affrontano queste esperienze. C’è tanta sofferenza in chi ha conosciuto solo la guerra, ma anche uno sguardo sempre pronto a stupirsi e penso che il loro sia un messaggio di grande speranza. Sta a noi adulti non tradire queste aspettative e fare in modo che si creino le condizioni per una vita dignitosa per tutti.paci2-720-x-360In un’altra delle tue illustrazioni, credo dipinta in occasione del referendum greco dello scorso anno, hai lasciato questa frase: “la ricchezza nostra è questa, culture e popoli diversi che si incontrano, attorno al cuore pulsante del Mediterraneo”.
L’opposto, purtroppo, di ciò che spesso vediamo oggi – almeno come narrazione predominante – nella “nostra” Europa.
Quando il sogno, l’utopia, (la “fiaba”, potremmo dire riprendendo uno dei temi della rassegna che ospita la tua mostra), sembra lasciare irrimediabilmente campo all’incubo, qual è per te il compito, o più “semplicemente” la necessità, dell’arte?

Penso valga la pena ricordare che le nostre esistenze sono molto più intrecciate di quel che crediamo abitualmente e che il nostro benessere non può esistere svincolato da quello del resto dell’umanità.
Nella fattispecie parliamo davvero dei nostri ‘vicini’, popoli con cui abbiamo sempre avuto scambi, aldilà del mar Mediterraneo o nel vicino oriente. Penso che questo delle migrazioni sia un fenomeno semplicemente impossibile da fermare e che quindi vada gestito, con umanità e spirito di fratellanza. Far conoscere alcune di queste storie spero possa aiutare ad andare oltre le visioni semplificate che spesso ne riceviamo dai media più diffusi.
L’arte, in generale, penso ci ponga delle domande e ci aiuti ad afferrare la complessità delle vicende umane, aiutandoci a non semplificare, per provare a restituirne la ricchezza e la complessità. Inoltre, molto più semplicemente, continuare a raccontare queste storie permette di mantenere accesa una luce su queste vite e a parlarne evitando allarmismi e isterie.

[Credit photo: PrincipiePrincipi]