Viaggio tra le parole di Vinicio Capossela e Marco Aime nell’appuntamento conclusivo dei “Dialoghi sull’uomo”.

Quello di Vinicio Capossela e Marco Aime al festival di antropologia contemporanea di Pistoia è un ritorno che si compie ogni anno ormai da diverso tempo. Il cantautore e lo studioso distanti e quasi stridenti nell’aspetto – berretto da marinaio e stola avvolta intorno alle spalle uno, camicia a mezze maniche e modi da professore l’altro- sul palco di piazza del Duomo ricreano la naturalezza di una conversazione domestica.
Mentre gli scrittori si incoraggiano a vicenda a parlare delle proprie esperienze di vita e di lettura, il nostos di Odisseo nella voce calda di Capossela è una parola bellissima che evoca da sola un universo mitico e vagamente malinconico, racchiuso nel senso di un’afflizione che prende talvolta i poeti, la nost-algia appunto.

“Ritorno” è un arazzo di vicende tessuto da reminiscenze letterarie che volano da una bocca all’altra, dal mito alla storia e di nuovo alla leggenda. “La luna e i falò”, il nostos di Cesare Pavese, e sullo sfondo il paesaggio-opera della natura ed il paese-opera dell’uomo, racchiusi in un dipinto collettivo che si estende fin tanto che l’uomo conosce. En passant anche una frase di Giacomo Leopardi: “Con la carta geografica si è ristretto il mondo” (e chissà cosa ne penserebbe tale signor Colombo), ma le parole scorrono e il viaggio tra le dimore dell’uomo ha già cambiato rotta.
Il mondo moderno desacralizzato ha perso il buio: lo sanno bene gli abitanti dell’ Irpinia di Capossela, popolata da creature mostruose figlie ataviche della domanda sospesa che l’uomo si pone di fronte all’ignoto. Così nascono i nomi “storti” dati alle ombre, tentativi di organizzare e rendere soggetti al potere razionalizzante generato dall’imposizione del nome essenze che di razionale non hanno che la banale spiegazione data a posteriori, come con la luce accesa.

Verso un mondo popolato di “vie cupe” e lupi mannari torna allora la nostalgia, un desiderio che cambia forma e desidera la ricerca in quanto tale (sehnsucht direbbero i romantici, ma è una conversazione su sedie di plastica e nessuno la nomina). La mente del cantautore spiega le ali e si tuffa nel Medioevo, nella simbologia dell’esistenza terrena che vera esistenza non è ancora finché è ancorata al corpo, finché sta fuori del ” mondo della verità“. Solo Marquez in effetti può fondere in in un’unica storia eterna ritorni dei morti e partenze di vivi in una dimensione unica e totalizzante. L’unico legame che resta nell’imprescindibile divisione dei mondi è la musica, pianto rituale ed inno magico, “interminabile catena d’acqua per spegnere l’ incendio“, come diceva Tom Waits, rimedio che salda dall’estinzione la civiltà.

Ne “Il paese dei coppoloni” il protagonista vaga alla ricerca di qualcosa “come un ciuco in mezzo ai suoni”, in mezzo all ‘eco delle cose passate di cui non sa dire l’origine, la storia; “a chi appartenete”, chi siete, è una domanda che richiede tempo e le generalità non bastano dentro un villaggio che di vuoti nomi ne ha visti tanti. La vera appartenenza, il senso fossilizzato dello scorrere del tempo, si rintracciano soltanto nello “stortonome” che la comunità crea ad immagine e somiglianza del proprietario. Perse le tracce del passato, del proprio viaggio e della propria meta, l’identità è perduta: come i “pianoforti di Lubecca” che nel magazzino abbandonato rievocano tempi di gloria andati,”scordati”, dimenticati dalle mani dell’uomo, possono soltanto levare un canto, un valzer lamentoso che ristabilisca il ponte verso il passato.
Con un “meta-ritorno”, la ripresa del viaggio di Odisseo, e qualche reinvenzione del mito – ma ai folli ed ai poeti anche questo è concesso- si conclude un percorso evocativo che propone alla riflessione mille domande -umane quotidiane immense- che partono dal luogo in cui la creatura “uomo” pone la base delle proprie certezze, lascia radici prima di intraprendere la sua strada, torna per contemplare il proprio cammino.

La musica, per Capossela, è il filo rosso che ci riporta a casa.