A tu per tu con il sindaco di Pistoia, all’indomani della nomina della città a Capitale della Cultura per il 2017

Pistoia nel 2017 sarà Capitale italiana della cultura. Se la notizia non fosse arrivata direttamente dalle stanze del Ministero dei beni culturali forse non ci crederemmo. Eppure, nonostante Pistoia abbia poca coscienza di sé (ma forse dovremmo dire i suoi abitanti?) è una città che merita pienamente questa nomina, e che anzi sa come schiudersi al visitatore attento.
Il riconoscimento è arrivato sicuramente inaspettato per gran parte della cittadinanza, ma per gli addetti ai lavori – comitato promotore, istituzioni del territorio, Diocesi di Pistoia, Cassa di risparmio, e in primis l’amministrazione comunale – è il coronamento naturale di uno sforzo che parte da lontano. Ne abbiamo parlato con il Sindaco di Pistoia Samuele Bertinelli, al quale abbiamo chiesto di illustrarci le tappe salienti di questo percorso che la cittadinanza si appresta ad affrontare.

Sindaco, intanto facciamo un piccolo passo indietro e riavvolgiamo il nastro. Come nasce la candidatura di Pistoia a Capitale italiana della cultura, e come è maturata questa importante scelta?

Samuele Bertinelli (Sindaco di Pistoia)

Samuele Bertinelli (Sindaco di Pistoia)

Dobbiamo subito fare una doverosa premessa: l’idea di presentarsi non è il principio, ma l’esito di un profondo lavoro, tutt’altro che improvvisato. L’amministrazione comunale fin dal 2012, con la pubblicazione del piano di governo, ha tematizzato una strategia di riorientamento dello sviluppo del territorio ancorato alla cultura e al sapere, senza intendere questi ultimi come semplici valori astratti e generali sui quali modellare facili slogan, bensì come concreti vettori per una maggiore coscienza civile e identitaria della città. Vi è quindi innanzitutto una matrice etica prima ancora che politico-istituzionale nel modo di concepire la cultura.
Intorno a questa idea di fondo si sono andate a coagulare passo dopo passo tutte le principali istituzioni del territorio (dalla Diocesi alla Cassa di risparmio di Pistoia e della Lucchesia, dalla Fondazione Cassa di risparmio alla Camera di commercio, oltre alla Provincia e alla Regione Toscana), aderendo a un’ipotesi che inizialmente ai più sembrava onirica – nemmeno visionaria – e infine andando a costituire il dossier di Pistoia Capitale italiana della cultura che sarebbe stato poi presentato al Ministero dei beni culturali.

Particolarmente apprezzato dalla commissione del Ministero è stato il capitolo economico della candidatura, che sottolinea il principio di frugalità e sostenibilità delle iniziative messe in campo. Inoltre è previsto l’arrivo di circa un milione di euro per far fronte ad alcune spese. Come verrà utilizzato questo contributo?

La commissione ha considerato il dossier come il più solido dal punto di vista finanziario fra tutti quelli redatti dalle diverse città, e questo non deve stupire. Abbiamo presentato proposte che sono già integralmente finanziate: 15 milioni di euro per la parte di investimento e 6 per la parte corrente, peraltro confermando un dato rimarchevole, e cioè che Pistoia ordinariamente investe in cultura più del doppio della media nazionale dei comuni.
Dunque anche prescindendo dal milione di euro del Ministero siamo perfettamente in grado di realizzare le linee d’azione del dossier, e questo dimostra quanto l’amministrazione creda nei progetti di valorizzazione culturale avviati: non è la gloria di qualche giorno o di un anno che ci interessa, ma dare continuità nel tempo.
Del budget messo a disposizione dal Ministero è stato invece ipotizzato l’impiego del 12% circa al fine di coordinare strategie di comunicazione e promozione di Pistoia, sia al livello dei singoli eventi in programma, sia con riferimento all’immagine unitaria della città. Tuttavia è un percorso ancora in fase di elaborazione, e oltre a impegnarsi per tradurre fedelmente in pratica gli impegni assunti nel dossier non escludiamo di destinare le risorse rimanenti per andare ad arricchire l’offerta culturale della futura “Capitale italiana”.
Nei prossimi mesi intendiamo delineare il programma dettagliato anche in sede istituzionale, e quello sarà il momento in cui potremo rendicontare il budget in maniera chiara e puntuale.

Pistoia Capitale italiana della cultura potrà essere anche l’occasione per valorizzare esperienze culturali emergenti e rendere i cittadini protagonisti. Scuole, insegnanti e alunni avranno la possibilità di un coinvolgimento diretto?

Questo è sicuramente il nostro primo obbiettivo. Il principio guida della nostra azione in generale, e della candidatura di Pistoia in particolare, è appunto rendere più consapevole e orgogliosa la cittadinanza delle proprie tradizioni e del proprio patrimonio storico-artistico. I cittadini pistoiesi devono essere i primi attori di questa vicenda, traducendo quel moto di orgoglio in una partecipazione collettiva alla vita culturale.
È anche per questo che non abbiamo indicato prima modalità concrete: perché vogliamo mettere a sistema un coinvolgimento spontaneo del tessuto sociale che sappia alimentarsi giorno dopo giorno. Stiamo iniziando a determinare canali di relazione molteplici con il mondo e con il territorio, basti dire per esempio che già abbiamo ricevuto centinaia di proposte di arricchimento del calendario, e le stiamo vagliando tutte.
Immaginiamo strumenti snelli per rendere permanentemente partecipi i cittadini in varie forme, a partire da investimenti nei giovani: abbiamo bisogno dell’intelligenza creatrice di ciascuno e di tutti. In particolare vorremmo investire sulle nuove generazioni, in modo che possano irrobustire il loro legame con la città e fare esperienze professionali.
Diffonderemo luoghi aperti di discussione, cominciando dall’Area del Ceppo.
Ci sarà sicuramente lo spazio per volontariato e associazionismo cittadino, che potrà ricollegarsi alla volontà di tenere aperti tutti i musei e tutti i sistemi bibliotecari e archivistici durante l’intero anno, anche ampliandone gli orari di fruizione. Coinvolgere le scuole è parte integrante di questo piano, si pensi a ciò che già avviene con il Liceo artistico nel rapporto col consorzio di promozione turistica del territorio. Ma non dimentichiamo altri attori: dal FAI al Touring Club, tutti saranno chiamati a dare il proprio contributo ad un disegno che sicuramente andrà oltre il 2017.

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Il punto fondamentale della candidatura di Pistoia sembra essere stato il suo orizzonte sostenibile, e soprattutto la ferma volontà di proporre un modello di turismo che sappia valorizzare la realtà senza consumarla e corromperla. Nel dossier si parla di “schiudere il guscio della città facendo attenzione a non frantumarlo”, rifiutando in toto la trasformazione in un “conglomerato fluttuante di turisti chiassosi e scomposti”. Rispondendo allo storico dell’arte Tomaso Montanari, che metteva in guardia proprio su questo rischio, lei stesso ha più volte fatto appello all’idea che la città debba “produrre conoscenza e non semplice apparenza”. Il significato del riconoscimento ottenuto da Pistoia trascende dunque la semplice dimensione locale. Cosa potrà lasciare Pistoia dopo il 2017? Potrà arrivare a farsi esempio di un rinnovato modo di intendere il rapporto tra turismo e cultura?

Gli spunti posti da Montanari nel suo articolo [pubblicato su Repubblica, NdR] all’indomani della nostra nomina coglievano nel segno, e concordo pienamente su questa linea.
L’intuizione di fondo del bando ministeriale è un’intuizione che condividevamo, e per tale ragione abbiamo partecipato inviando il dossier. In sostanza vi si richiamavano le medie e piccole città italiane a valorizzare le proprie peculiarità, superando la dimensione locale.
Ma sulla riflessione che parte dall’iniziativa voluta dal Ministero dei beni culturali saranno costrette a cimentarsi prima o poi anche tutte le grandi città d’arte, che già cominciano a porsi il problema di filtrare e selezionare i flussi di un turismo di massa. Perché c’è un limite fisico alla fruizione di spazi finiti nel corso del tempo.
Questo consumo massificato per funzionare deve essere standardizzato ed omologato, e ciò finisce per appiattire e snaturare il genius loci di ogni luogo, la sua identità. Inevitabilmente è un tipo di turismo che depreda un ambiente più di quanto non restituisca alla comunità. L’esperienza culturale alla quale vogliamo fare riferimento noi è di tutt’altro segno.
Deve essere piuttosto quella di persone che consapevolmente vanno in un luogo, che vi si recano perché hanno imparato a riconoscerne le sembianze, e che sono interessate ad alcuni specifici aspetti di quel territorio, al fine di sperimentarne il carattere di genuinità di vita.
La cornice entro la quale agiamo è dunque certamente quella del lungo periodo. Non concepiamo una sequenza di accadimenti circoscritti che non lasciano traccia e che si consumano nel fulgore di un giorno, ma immaginiamo un lavoro di ricerca e produzione di attività intellettuali che concretamente possa allargare il perimetro dell’offerta culturale della città. E questo stabilmente. In tal senso più che il 2017 in sé ci interessa ciò che si innescherà a partire da questo momento, in una logica di riorientamento del modello di sviluppo che già stiamo plasmando e che non dubitiamo possa lasciare una profonda testimonianza oltre i confini della città.

 

[Credit photo: Puybrun | alcuni diritti riservati CC BY 2.0; istela1 | alcuni diritti riservati CC BY-NC-ND 2.0]