Un imperdibile viaggio nella storia della nostra città, per scoprire la Pistoia sotterranea, nascosta sotto le vie e le piazze del centro cittadino.

“Ciò che fa Argia diversa dalle altre città è che invece d’aria ha terra. Le vie sono completamente interrate, le stanze sono piene d’argilla fino al soffitto, sulle scale si posa un’altra scala in negativo, sopra i tetti delle case gravano strati di terreno roccioso come cieli con le nuvole.” Coperta, nascosta, buia, misteriosa: così Italo Calvino ne Le città invisibili traccia i confini immaginari di reticoli e passaggi che formano una delle sue enigmatiche e fantastiche città. Tanto di Argia quanto di Pistoia verrebbe da dire.
Già, ma quale Pistoia?

Avventurandoci lungo gli stretti vicoli del centro storico l’impressione sembrerebbe ben altra: voci, luci, odori, umori contrastanti e continui si rincorrono fra loro per le piazze e attorno alle case, animando il capoluogo della piana. Eppure il nostro sguardo non deve ingannarci: se vogliamo cogliere l’essenza di una Pistoia che si sviluppa non solo nello spazio ma anche nel tempo, è sotto le lastre pavimentali delle sue vie che dobbiamo volgere l’attenzione.

Il punto di partenza del nostro viaggio alla scoperta dell’altra Pistoia è a poche decine di metri dal suo cuore pulsante, quella Piazza del Duomo centro geometrico della città e fulcro del potere ecclesiastico e politico. Attraverso una piccola porta all’interno dell’Ospedale del Ceppo (uno dei più antichi ospedali al mondo funzionanti fino alla costruzione nel 2013 del nuovo San Jacopo), ha inizio il nostro percorso nella Pistoia sotterranea, vero e proprio museo nel sottosuolo.

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La separazione con il mondo esterno è netta. I pochi scalini non rendono l’idea del salto temporale, e in un attimo sprofondiamo nel passato più remoto.
Il sito, riscoperto e ristrutturato a partire dagli anni Novanta, ci consente di ripercorrere quello che un tempo fu l’antico letto del Torrente Brana che proprio qui scorreva aperto fino al 1330 circa, quando fu deviato per costruire la terza e ultima cerchia muraria della città.
Il torrente fu spostato fuori dalle mura in maniera da servire come fossato per difendere Pistoia durante il Medioevo. Al posto del suo corso originario continuò comunque a scorrere un canale, la Gora di Scornio, la cui acqua fu utilizzata per azionare mulini, lavatoi e frantoi, oltre a servire il futuro ospedale.
Lungo un tratto di circa 700 metri si intersecano fra loro testimonianze di epoche differenti, e con il suo tipico gioco di sedimentazioni la Storia, maestra silenziosa, ci riporta fino alle più profonde radici della città. Un vecchio mulino del 1188 apre il percorso ipogeo, che poi si snoda sotto il Ponte della Compagnia del Ceppo.

E proprio la nascita dell’Ospedale del Ceppo merita una nota a parte. Secondo la tradizione quest’ultimo fu fondato nel 1277 dall’omonima Compagnia, la quale ricevette in dono diversi terreni situati a destra e a sinistra del canale che ancora scorreva in mezzo. Per ovviare all’inconveniente si decise di costruire un primo ponte che collegasse le due sponde, al di sopra del quale venne a nascere il nucleo originario dell’ospedale, tutt’ora esistente. Il passare dei secoli porta con sé successivi ampliamenti che consentono di sviluppare l’ospedale sempre sopra il canale e mai di lato, attraverso un raffinato sistema di volte che permetteva sia di coprire il corso del torrente sia di sostenere le fondamenta degli edifici in superficie.

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Con la complicità del silenzio e dell’oscurità ci dimentichiamo di essere esattamente sotto la nevrosi della vita cittadina, e proseguiamo la visita costeggiando i resti della prima cerchia di mura su cui si innesta direttamente la seconda. Attraversato il sottosuolo di via del Ceppo si raggiunge l’area dei lavatoi medievali, fino allo spartitoio della Gora di Scornio dove veniva deviata l’acqua durante le piene (e sopra la cui arcata è ancora visibile una iscrizione latina dell’VIII secolo che risuona come sinistro ammonimento: Ne aquae eleventur, “affinché l’acqua non si alzi”). Il percorso si chiude con i resti del Ponte di San Lunardo, la cui datazione ci riporta indietro fino alle origini di Pistoia, in quella età antica dove con ogni probabilità la città ha visto sorgere se stessa, nella forma di oppidum romano.

Ci apprestiamo a risalire le scale dell’uscita. Di fronte, la rumorosa piazza San Lorenzo. La luce violenta di una afosa mattinata di fine estate taglia palazzi e asfalto, e nella nostra mente adesso superficie e sottosuolo quasi si confondono. Vi è come una pungente sensazione di disordine a guastare il ritorno al presente. Davvero delle facciate delle case, delle nostre vie, delle nostre piazze ora gremite ora svuotate, esiste un solo volto? Davvero è possibile cristallizzare in una sola forma o rinchiudere nella familiarità di una immagine tutto il gioco di specchi, intrecci, echi che si mescolano in una città? Sorge il dubbio che intorno a noi si nascondano mille città invisibili, a volte addirittura sotto i nostri piedi. Veri e propri mondi paralleli, fra i quali il nostro è solo uno dei tanti esistiti ed esistenti, e forse soltanto il più comune e il più abusato dalla quotidianità. D’altronde anche Calvino ci avverte: “sono le nostre palpebre che li separano, ma non si sa quale è dentro e quale è fuori.”

 

Per informazioni, contatti e prenotazione visite:
Comune di Pistoia
Istituto di Ricerche Storiche Archeologiche di Pistoia

 

[Credits foto: ISRA Pistoia]