“Primavera vien danzando, vien danzando alla tua porta, sai tu dirmi che ti porta?”, cantava Paolo Poli vestito da grillo in uno spettacolo teatrale d’altri tempi, facendo ondeggiare al ritmo dei saltelli le fragili antenne.

Cosa ci porta questa primavera astrusa, piovosa, non lo possiamo sapere.
Grandi sconvolgimenti climatici sulla Toscana, le cento città e i mille paesi di cui conoscevamo il volto sconquassati, scarrupati, al lavoro per raccogliere i cocci.

Cocci di strade antiche, cocci di strade da intraprendere, cocci di politiche dannose e cocci di persone che si ritagliano un futuro, cocci di ambiente esausto – che sciagura la Geotermia sul Monte Amiata -, cocci volatili, vibratili, sembra di risentire De Gregori, che con la consueta garbata ironia sceglieva la parola “pezzi” per fotografare il fragoroso scorrere della vita contemporanea.

È sintomatica la fruizione convulsa del reale alla quale relativamente pochi anni di sovraccarico di informazione ci hanno abituati. Pezzi di facce, pezzi di voti, pezzi di notizie, pezzi di amicizie, richieste o suggerite. E la primavera arriva lì, al culmine della confusione, sottile-infida, coi suoi ciliegi in fiore, le ore lunghe, coi suoi profumi di prato umido, a schiudere un portato di reminescenze, che sapiente mischia alle aspettative, e tutto era e tutto è ma non ancora, si desidera l’estate eppure è presto, si cerca il lavoro ma dormire è più dolce, si vorrebbe aderire al rinnovamento spontaneo della stagione – così semplice, per animali e piante – mentre è proprio il momento in cui gli interrogativi, anziché produrre concretezza, paralizzano nella contemplazione. Il non fare e lancinanti malinconie, attimi di chiaroveggenza che si diluiscono nel fermento che ubriaca, sono passi nuovi su vecchi sassi, luoghi risvegliati, un’euforia infantile che si appaga del semplice bere l’aria.

Respirano gli abiti della stagione passata, magliette bianche, gialle, azzurre nel sole, smalti politi. Le ragazze e i ragazzi sorridono appoggiati ai motorini, le farfalle sorvolano.
È un tempo di transizione smentito dall’apparente immobilità, sono stanze vuote e voci piene, piogge lievi che sciolgono le ginocchia, splendide le immagini di queste nostre colline all’indomani delle gelate.
Per andare controcorrente ci sarebbe da scrivere, leggere libri appena usciti, fare incontri, comporre musica o ascoltarne di vera, iscriversi a nuovi corsi, e uscire a correre coi cani, parlare coi bambini, dar fuoco agli alibi, sporcarsi un po’ le mani.
Coraggio!