Ogni anno il cinema Roma di Pistoia ospita numerose rassegne dedicate al Cinema; per chi se li fosse persi, vi ricordiamo alcuni capolavori da riguardare assolutamente.

La stagione di settembre e dicembre, come quelle precedenti, è stata davvero allettante per ogni cinefilo che si rispetti.
Insieme a I 400 colpi, L’amore è più freddo della morte, Gioventù bruciata e Tempi moderni, sono stati proiettati anche tre film del maestro dell’animazione Hayao Miyazaki (Si alza il vento, La principessa Mononoke e La città incantata), quattro pellicole del leggendario Sergio Leone (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo e C’era una volta in America restaurati dalla Cineteca di Bologna) e ancora quattro film di uno dei più grandi registi della storia, Alfred Hitchcock (La donna che visse due volte, Psycho, Intrigo Internazionale e Marnie).
Nella speranza di riuscire, con questo articolo, a convincere molti di voi a recuperare questi capolavori, vi proponiamo tre piccole recensioni di quelli che sono i fiori all’occhiello delle filmografie di questi tre registi.

Per le prossime proiezioni della rassegna, invece, appuntamento lunedì 15 dicembre con Marnie (proiezioni alle 17.00, 19.15 e 21.30) e lunedì 22 e martedì 23 dicembre con Tempi Moderni di Charlie Chaplin (anche in questo caso restaurato dalla Cineteca di Bologna) che sarà proiettato sempre alle 17.00, 19.15 e 21.30.

LA CITTÀ INCANTATA di Hayao Miyazaki

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Durante il viaggio per raggiungere la loro nuova casa, la piccola Chihiro e i suoi genitori si ritrovano in una città apparentemente abbandonata che si rivelerà invece un posto magico e abitato da spiriti di ogni genere. Per ingordigia, i genitori si trasformeranno in due maiali e, per farli tornare al loro aspetto umano, Chihiro dovrà lavorare per la potente strega Yubaba. Le amicizie e gli amori che la piccola incontrerà nella città incantata, la porteranno a compiere il suo destino.
La fantasia è il mezzo espressivo più potente del cinema di Miyazaki e La città incantata è sicuramente l’esempio più forte per convalidare questa teoria.
In un mondo in cui la distinzione tra buoni e cattivi è spezzata e i muri della realtà sono crollati, Miyazaki si muove all’interno dell’animo umano e ne esplora pregi e difetti.
Il capitalismo è analizzato a vari livelli di interpretazione e il rapporto con il prossimo acquista valore nelle relazioni tra i personaggi.
L’animazione dona bellezza e grazia ad un mondo fantastico ma allo stesso tempo crudele e realistico e le musiche di Joe Hisaishi immergono direttamente nella spettacolarità della pellicola.
Il punto di vista della giovane protagonista serve, non solo al pubblico acerbo ma anche a quello maturo, a rendersi conto che l’altruismo, l’immedesimarsi nel più debole e la comprensione verso chi sbaglia sono atteggiamenti che hanno un “ritorno” d’amore verso chi li esercita.
Un vero capolavoro, non solo dell’animazione ma anche del cinema giapponese.

IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO di Sergio Leone

Il Biondo e Tuco, due fuorilegge in società, scoprono l’esistenza di un bottino sepolto in un cimitero ma non sanno che lo spietato Sentenza, una loro vecchia conoscenza, è alla ricerca dello stesso tesoro.
Una guerra spietata e tremenda fa da sfondo ad un’avventura fatta di tradimenti e insidie che porteranno i tre pistoleri a scontrarsi fra di loro.
Terzo capitolo della cosiddetta “Trilogia del dollaro”, Il Buono, il Brutto e il Cattivo chiude il percorso iniziato da Leone nell’epica del western all’italiana.
Un film che pone le sue fondamenta sui personaggi principali (come tutto il cinema di Leone) e porta sullo schermo la vera essenza del Cinema come Mito.
Stavolta la trama è contestualizzata storicamente nella guerra di secessione americana, violenta e ingiusta; Leone giudica senza schierarsi tra le due fazioni ma prendendo posizione contro i conflitti in generale che provocano solamente morte e smarrimento di umanità.
La regia spazia tra campi lunghissimi in cui l’ambientazione fa da padrona e primissimi piani dove il volto dell’attore trova altrettanta spazialità.
Il montaggio dinamico e incalzante, la musica di Ennio Morricone, le scenografie di Simi e Leva, la fotografia di Tonino Delli Colli e le interpretazioni di Clint Eastwood, Lee Van Cleef e Eli Wallach, danno vita all’ennesima (perfetta) orchestrazione del regista.
Gli eroi non esistono nel mondo di Leone ma sono le loro imprese ad essere eroiche e leggendarie.
Pietra miliare (o tombale) del cinema western, la pellicola segna un grande passo nella cinematografia mondiale e affonda il suo stile in un uso spietato delle immagini.

LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE di Alfred Hitchcock

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Scottie è un poliziotto che si è ritirato a causa delle sue vertigini, vertigini che hanno causato la morte di un suo collega. Viene però ingaggiato da un suo vecchio compagno di college per sorvegliare la propria moglie che pare sia perseguitata dai fantasmi del suo passato. Scottie si invaghirà della donna a tal punto da esserne ossessionato. Ma i misteri che circondano Madeleine sono troppo grandi e Scottie vi cadrà come in un vortice, fino ad impazzire.
Nonostante che il film abbia fatto flop al botteghino tanto che rischiò di costare la carriera del regista più quotato di Hollywood, La donna che visse due volte (“Vertigo” in originale) è considerato uno dei più grandi capolavori della storia del Cinema… e i motivi sono, dal 1958, sotto i nostri occhi.
La pellicola è un vero e proprio colosso stilistico e narrativo e racchiude in sé il dramma di un romanzo gotico.
L’ossessione non era mai stata rappresentata così bene sul grande schermo e chi meglio di Hitchcock (ossessionato dalle bionde dei suoi film) poteva caratterizzarla così?
La composizione di ogni inquadratura è curata nei minimi dettagli, la fotografia e il Technicolor restituiscono la drammaticità delle immagini e le invenzioni visive sono tantissime: basti pensare all’ ”effetto vertigo”, inventato proprio per questo film, che consiste nel dilatare gli spazi attraverso un particolare uso dell’obiettivo della macchina da presa.
La colonna sonora di Bernard Herrmann è struggente così come le interpretazioni di James Stewart e Kim Novak.
Un film che tocca lo spettatore nel profondo e lo imprigiona nel vortice delle proprie debolezze.
Solamente dopo l’intervista curata da François Truffaut, il film ottenne i meriti che non ebbe alla sua uscita e da allora è considerato (perché lo è davvero) un capolavoro.

 

[Credits foto: iVid; MyMovies]