In vista del referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre, pubblichiamo una nuova intervista doppia sulle ragioni del Sì e del No alla riforma del Governo Renzi.

Dopo i consigli di lettura, e il confronto fra gli Studenti per il NO e i Giovani per il SÌ, questa volta tocca a due operatori del diritto confrontarsi sulla riforma della Costituzione: da una parte, per il NO, l’avv. Letizia Cai, dall’altra, per il SÌ, l’avv. Filippo Querci.

Perché siete favorevoli o contrari alla riforma e qual è l’aspetto che considerate migliore o peggiore?

Letizia Cai: “Dire NO è un gesto di sovranità consapevole, di resistenza contro l’attacco ai diritti di tutti.
La nostra costituzione è nata come costituzione rigida, come limite ai poteri di maggioranza. Questa voluta da Renzi addirittura diviene una Costituzione di minoranza.
Dire No non significa rinunciare alle riforme, ma creare l’occasione per attuare una riforma vera. La riforma della Costituzione, non ci dovrebbe trovare divisi, non dovrebbe divenire oggetto di tifo da stadio, ma dovrebbe esser oggetto di un progetto condiviso.
L’aspetto peggiore della riforma, infatti, è il superamento della democrazia parlamentare per un rafforzamento molto marcato dei poteri decisionali del Governo e del Capo di esso: basti vedere la corsia privilegiatissima per i disegni di legge governativi. In nome di una governabilità purchessia, i cui contenuti potrebbero essere di ogni tipologia, anche – se vincessero le elezioni Partiti di stampo populista e reazionario – di ribaltare l’assetto dei valori e dei diritti scritti nella prima parte della Costituzione del 48.
Un altro degli aspetti peggiori sta nella modifica del titolo V, che ridimensiona il potere delle autonomie territoriali, ritornando cosi all’impronta statalista del passato, e le regioni si trovano cosi svuotate di quasi tutte le competenze, sopratutto in materia di sanità e governo del territorio, anche se va detto che le Regioni, spesso non hanno dato il meglio di sé, ma certo questa riforma non crea un miglioramento ma un non sense. Prevale alla fine un caos dove emerge una confusione per la ripartizione delle competenze legislative. Se proprio si voleva fare una giusta riforma andavano abolite le Regioni a Statuto speciale, ma ciò non è avvenuto; anzi, hanno ottenuto un sensibile rafforzamento di fondi generando un’evidente diseguaglianza tra le regioni”.

Filippo Querci: “Pur faticando a ridurre ad un singolo aspetto i tanti pregi della Riforma, le innovazioni decisive per me sono il superamento del bicameralismo perfetto, con la netta differenziazione funzionale tra Camera e Senato (modifica presente da oltre 20 anni nei programmi di centrosinistra), ed il nuovo riparto di poteri fra Stato e Regioni, con l’eliminazione della competenza legislativa concorrente.
Saluto con favore anche la prevista riduzione dei costi della politica e l’aumento della partecipazione diretta dei cittadini alla democrazia”.

Analizzando, nel merito, ogni singolo titolo del quesito referendario, qual è la ragione del vostro Sì o del vostro No su questi punti specifici?

  • Superamento del bicameralismo perfetto: trasformazione del Senato in una camera di soli 100 senatori, scelti fra i consiglieri regionali, i sindaci e 5 personalità indicate dal Capo dello Stato, con compiti diversi rispetto alla Camera dei Deputati.

Letizia Cai: “Sotto questo profilo è palesemente un guazzabuglio complicato ed incomprensibile, a cominciare dalle nomine – oltre dei 5 nominati dal Presidente della Repubblica, che dureranno il tempo dell ‘incarico Presidenziale – dei 74 consiglieri regionali e dei 21 sindaci ( che, come scelti, non saranno a rappresentare le Autonomie ma soltanto i partiti che hanno partecipato alle elezioni territoriali), al davvero evanescente mandato amministrativo; per finire ad un numero notevole di «nuove» modalità legislative nel rapporto camera-senato e ad un notevole carico di vigilanza ed espressione di pareri che non appare proprio gestibile da un’assemblea i cui componenti avranno molteplici altre incombenze gestorie presso gli enti di appartenenza”.

Filippo Querci: “E’ una modifica attesa da quasi 70 anni, dato che, già in sede di stesura della Costituzione, i Costituenti si scontrarono sulla scelta tra mono e bicameralismo e sul tipo di bicameralismo, se paritario o meno. Direi che sarebbe l’ora di superare un sistema poco funzionale, che negli anni ha finito per favorire il parlamentarismo. Si poteva essere più coraggiosi, ma mi pare comunque un nettissimo progresso”.

  • Contenimento dei costi delle istituzioni, attraverso la riduzione del numero dei senatori e l’abolizione del CNEL.

Letizia Cai: “L’argomento del taglio dei costi, per quanto sensato ed opportuno, penso andasse affrontato in altro modo e non sull’onda del populismo, per solleticare non poco la pancia dell’opinione pubblica. I risparmi sono doverosi e forse andavano fatti soprattutto alla Camera, ma non devono servire ad impoverire la rappresentanza. Il risparmio sarà esiguo, era necessario semmai un taglio più generale (sarebbe bastata una legge ordinaria) dei compensi per tutte le cariche elettive, riducendo anche il numero dei deputati”.

Filippo Querci: “Anche qui ci sono ottime cose. Le misure più note sono la riduzione da 315 a 100 del numero dei senatori (che non percepiranno più indennità) e l’abolizione del CNEL, ma non sono le sole: ad esempio, i consiglieri regionali potranno ricevere indennità non superiori a quella dei sindaci di capoluogo regionale; non più finanziamenti pubblici ai gruppi consiliari regionali e, finalmente, le province saranno definitivamente eliminate dalla Costituzione, consentendo di razionalizzarne competenze e relativi costi. Mi pare un nettissimo miglioramento”.

  • Revisione del Titolo V in merito al rapporto fra Stato e Regioni, prevalentemente riattribuendo allo Stato (superamento delle competenze concorrenti e introduzione della clausola di supremazia) compiti che l’attuale Costituzione era orientata ad attribuire alle Regioni (dopo la riforma in senso federalista del 2001).
Una foto d'archivio della Conferenza Stato - Regioni

Una foto d’archivio della Conferenza Stato – Regioni

Letizia Cai: “Su questo penso di aver già detto esaurientemente nella risposta alla prima domanda”.

Filippo Querci: “Come ho già detto, questo è forse l’aspetto che più condivido. Finalmente si semplificherà il rapporto tra Stato e Regioni, che avranno ognuno le proprie funzioni, eliminando le “maledette” competenze concorrenti che tanto (troppo) contenzioso hanno portato alla Corte Costituzionale, finendo per ingolfarla. Saluto con estremo favore anche la clausola di supremazia: in un territorio con meno disarmonie tra Regioni, se ne sarebbe potuto anche fare a meno; l’esperienza mostra che l’Italia non può farlo”.

  • Anche se non è direttamente oggetto di referendum, è la ragione di molti posizionamenti per il Sì o per il No: la legge elettorale. Un giudizio sull’Italicum e su come funzionerebbe in caso di vittoria del Sì e con il “nuovo” Senato.

Letizia Cai: “Non è peregrino collegare la riforma con la pessima legge elettorale ora vigente: con l’Italicum, infatti, sono paradossalmente ingigantiti i caratteri antidemocratici che già si trovavano nel famigerato «Porcellum”, dato che un premio di maggioranza amplissimo viene a produrre un’eccessiva distanza fra la composizione dell’organo della rappresentanza politica e la volontà dei cittadini”.

Filippo Querci: “La ritengo una buona legge elettorale, con ballottaggio e premio alla lista, perché ritengo sia oggi indispensabile garantire governabilità al Paese (chiunque vincesse le future elezioni, beninteso). Giudico strumentali le critiche fondate su rischi di derive autoritarie: l’Italicum è molto simile alla legge elettorale dei sindaci dei comuni con più di 15mila abitanti, per la quale nessuno ha mai gridato alla dittatura”.

Cosa ci aspetta dopo il referendum? Ai sostenitori del Sì chiediamo qual è lo scenario che si presenterebbe in caso di vittoria del No e ai sostenitori del No, viceversa, cosa ci aspetterebbe dopo una vittoria dei Sì.

Letizia Cai: “In caso di vittoria del si l’unica cosa che mi viene da pensare è che attraverso la congiunzione della riforma costituzionale e della legge elettorale si consegni il potere politico ad una minoranza parlamentare di fatto fortemente vincolata al Capo dello Stato, processo già in parte iniziato, in quanto il Parlamento è stato già esautorato con la miriade di decreti legge e leggi delegate che caratterizzano l’odierna produzione governativa. E così facendo si rischierà un’involuzione autocratica”.

Filippo Querci: “Rebus sic stantibus, credo che ritorneremmo ad uno scenario in cui le larghe intese sono l’unica possibilità per trovare una maggioranza in grado di mandare avanti il paese. Ci troveremmo di fronte inoltre ad un’improvvisa interruzione di quel processo di riforme che ha dato nuova credibilità e passo al nostro Paese, con indubbie conseguenze negative a livello interno e soprattutto comunitario. Ho fiducia nel fatto che l’elettorato italiano questo l’abbia capito”.