La nostra inchiesta sulla sanità pistoiese.
Luci ed ombre in attesa degli esiti della riforma del sistema sanitario.

Inaugurato nel luglio 2013, pochi giorni prima dei festeggiamenti per l’omonimo patrono, l’ospedale “San Jacopo” festeggerà fra pochi mesi i suoi primi tre anni di attività.
Un tempo assai breve, se confrontato con gli oltre sei secoli di storia del “vecchio” Ceppo, ma certo sufficienti per provare tracciare un primo bilancio dei punti di forza e di debolezza del nuovo nosocomio.
Che il passaggio dal Ceppo a un nuovo ospedale fosse quantomai necessario, è in realtà opinione condivisa da tutti. Pazienti, medici, infermieri.
Per stare agli elementi strutturali più evidenti, basti pensare che al Ceppo i reparti potevano essere distanti anche molte centinaia di metri gli uni dagli altri. Il che significava tempo perso per gli spostamenti e un’infinità di problematiche legate ai lunghi tratti da fare con le barelle.
Oggi, al San Jacopo, tutti i reparti sono facilmente raggiungibili, gli stessi spazi di ricovero sono organizzati in modo più efficiente e, soprattutto, le attrezzature a disposizione del personale medico si dimostrano molto più efficienti e all’avanguardia.
Senza dimenticare, dal punto di vista dei pazienti, l’importante salto di qualità che si è avuto nell’accoglienza (a partire dalle postazioni informative di “reception”) e nel servizio “alberghiero”, ovvero sia nella qualità di tutti gli aspetti non strettamente sanitari relativi ai ricoveri anche grazie a camere con un massimo di due letti.
Si sa, tuttavia, che “non è tutto oro quel che luccica”. E, a ben vedere, anche le lamentele sollevate da alcuni pazienti potrebbero avere ragioni tutte da indagare.

Un ospedale a “intensità di cura”: spariscono i reparti

Dal punto di vista del funzionamento interno, la principale novità del San Jacopo è la cosiddetta “intensità di cura”: il modello organizzativo, adottato con il passaggio al nuovo ospedale, che cancella i tradizionali “reparti” e divide invece i pazienti per “livelli di degenza”.
L’intento, dal punto di vista teorico, sarebbe quello di avere una struttura organizzata in base alla “intensità” delle cure di cui ha bisogno ogni paziente.
Cercando, cioè, di offrire un’assistenza a 360 gradi, non limitata ad un solo campo di intervento specialistico (come accadeva quasi sempre in passato) ma capace di mettere al centro la persona e tutte le sue necessità.
Una vera e propria rivoluzione che, a sentire il personale medico e infermieristico del San Jacopo, è però rimasta incompiuta. E, anzi, rischia di produrre dei passi all’indietro nella qualità dell’assistenza ospedaliera.
“Questo modello – ci spiega il dottor Corrado Catalani, sindacalista CGIL e primario di Malattie infettive – proviene dal mondo anglosassone e funziona nelle grandi strutture, come negli Stati Uniti. In Italia i medici vengono da sempre formati come specialisti, mentre l’intensità di cura si basa sostanzialmente sulla medicina interna e sulla chirurgia generale, appunto secondo il modello anglosassone”.
“Se ho un ospedale piccolo – prosegue – come quello di Pistoia, il sistema lo blocca. Con l’intensità di cura è diminuito il personale e adesso abbiamo un rapporto troppo basso tra personale sanitario e posti letto”.

Senza personale la “macchina” ospedaliera si ferma

Quella del rapporto fra personale e posti letto, in effetti, sembra essere la vera spina nel fianco del San Jacopo.
Di cronica carenza di personale, medico e infermieristico, ci parla anche Paolo Frosini, responsabile sanità della UIL di Pistoia: “l’organico medico e infermieristico che la ASL aveva deciso di impiegare nel nuovo ospedale era già ridotto al minimo indispensabile.
Adesso, però, l’azienda non sta nemmeno sostituendo i posti lasciati scoperti, ad esempio, da chi va in maternità, in malattia o ha permessi 104 (riconosciuti a chi ha familiari disabili in situazioni di gravità, ndr).
Stiamo parlando di numeri assolutamente fisiologici, per un’azienda con oltre tremila dipendenti, e continuare a non aumentare la pianta organica del personale vuol dire avere l’ospedale che lavora quotidianamente con un numero di medici e infermieri inferiore al necessario”.
“L’ospedale – aggiunge un infermiere del P.S. del San Jacopo – regge soltanto perché il personale sta rinunciando, ogni anno, a molte delle ferie a cui avrebbe diritto: è l’unico modo perché “la macchina” possa continuare a funzionare.
Questo, però, è un rischio anche per i pazienti: lavorare in sanità vuol dire essere quotidianamente in rapporto con la vita delle persone, con la loro salute; essere costretti a questo ritmo di lavoro, in una condizione di stress e stanchezza crescenti, vuol dire perdere lucidità e affidabilità”.

La scorsa primavera, per ovviare a questo problema, il presidente della Regione Enrico Rossi propose di sostituire parte degli infermieri a rischio “burn out” (sindrome da stress legata alle professioni “di aiuto”, ndr) con giovani OSS, operatori socio-sanitari. Proposta che sollevò molte polemiche, per le diverse competenze e professionalità di queste figure.
“Se un OSS decide di fare una puntura, rischia di andare in galera. Ma di cosa stiamo parlando? – riprende Paolo Frosini – Per fortuna la “boutade” di Rossi è caduta nel nulla… Il problema vero, al “San Jacopo”, è che per garantire un’assistenza adeguata ai posti letto previsti, servirebbero fra le 100 e le 150 assunzioni”.

L’impressione, per rimanere alla metafora della “macchina”, è che il nuovo ospedale sia una Ferrari utilizzata come una Cinquecento. Potrebbe molto più di quello che effettivamente riesce a fare, a causa proprio della mancanza di personale. Il caso emblematico, da questo punto di vista, rimane quello delle sale operatorie.
A distanza di tre anni, secondo tutti i dipendenti, le 13 sale operatorie dell’ospedale non hanno ancora mai cominciato a funzionare come dovrebbero e potrebbero. In una logica di massima funzionalità, infatti, ogni sala operatoria dovrebbe essere dedicata ad una tipologia specifica di interventi (per es. di ortopedia, cardiologici etc), così da poter lavorare contemporaneamente e in parallelo.
La verità è che le sale operatorie attive non sono mai più di tre o quattro: non ci sarebbe personale a sufficienza per attivarne contemporaneamente altre.

Un ospedale per “acuti” che cura tutto, anche i raffreddori

Gli attuali posti letto del nuovo ospedale, per altro, potrebbero essere perfino insufficienti.
Come tutti i nuovi e moderni ospedali, anche il San Jacopo nasce per assistere i pazienti solamente nel momento “acuto” della loro patologia, riducendo il più possibile la durata della degenza e facendo affidamento, sia per le patologie minori che per la convalescenza, su un’assistenza diffusa sul territorio, in presidi ad hoc o a domicilio.
A giudizio di molti, tuttavia, della seconda gamba del modello, l’assistenza extra ospedaliera, oggi esiste poco o niente. Emblematiche, in questo senso, sono state le conseguenze del picco influenzale dello scorso inverno.
Secondo la denuncia della CGIL, il Pronto Soccorso è stato letteralmente sommerso di accessi e i ricoveri che si sono resi necessari hanno presto saturato i posti letto liberi in medicina.
Questo, a fronte degli ulteriori accessi, ha costretto a dirottare i ricoveri da Pronto Soccorso anche ai posti letto della chirurgia, in particolare nella “day surgery” o nella “week surgery”, i posti normalmente riservati agli interventi chirurgici programmati.
E’ anche questo meccanismo, che ha costretto ad annullare gli interventi già in calendario, che ha contribuito ad allungare i tempi delle liste d’attesa.

Il problema dell’assalto al nuovo ospedale, in ogni caso, vale purtroppo tutto l’anno, e non solo in occasione di periodi “particolari”, come quello del picco influenzale. Nel passaggio dal Ceppo al San Jacopo, infatti, gli accessi al Pronto Soccorso sono andati progressivamente aumentando, toccando nell’arco del 2014 quota 57mila. Complessivamente, secondo i dati dell’indagine condotta dall’Università Sant’Anna di Pisa, la maggior parte dei cittadini è rimasta soddisfatta dell’assistenza ricevuta; il problema, piuttosto, è il carico di lavoro richiesto agli operatori del P.S., molto superiore a quello preventivato, quando si era immaginato non un ospedale “in mezzo al nulla”, ma inserito in una rete di altri centri e presidi di assistenza territoriale. Possibile che i cittadini debbano rivolgersi al Pronto Soccorso per qualsiasi tipo di problematica? E, ancora, nel momento in cui si riduce al minimo la durata dei ricoveri, non c’è il rischio che i pazienti rimandati a casa, senza un’efficace assistenza territoriale o a domicilio, si ripresentino al Pronto Soccorso per qualsiasi tipo di complicazione che dovesse sorgere nel periodo di convalescenza? Dov’è finita l’assistenza territoriale, fondamentale per far funzionare l’ospedale “per acuti”?

Assistenza sanitaria territoriale cercasi

Una parte del problema dei posti letto al S. Jacopo potrebbe essere affrontato aumentando sensibilmente i cosiddetti “posti di cura intermedia”.
Posti letto, in strutture territoriali diverse dall’ospedale, che per i pazienti rappresenterebbero una “via di mezzo” fra il ricovero al San Jacopo e il tornare semplicemente a casa.
Questo da una parte alleggerirebbe l’ospedale dei ricoveri per patologie meno gravi e, dall’altra, permetterebbe ai pazienti dimessi dopo la fase “acuta” o dopo un intervento, di continuare ad essere seguiti, riducendo il tasso di “ritorno” al Pronto Soccorso.
Dal punto di vista strettamente economico – come fatto notare dalla CGIL – un posto di letto di cura intermedia avrebbe anche un costo quasi dimezzato rispetto a un posto letto di medicina in Ospedale.
Insomma: investire sull’assistenza territoriale e “intermedia” non solo migliorerebbe la qualità dell’assistenza per i cittadini, ma permetterebbe anche di ottimizzare e rendere più efficiente il funzionamento dell’ospedale.
Un altro tassello di questo quadro “territoriale”, inoltre, dovrebbe essere rappresentato dalle cosiddette “Case della Salute”.
E’ davvero inevitabile che per qualsiasi malanno, anche di poco conto, da codice bianco o blu, i cittadini debbano andare al Pronto Soccorso e non possano avere altre strutture extraospedaliere, diffuse sul territorio, pronte ad accoglierli?
Nelle “Case della Salute”, secondo la definizione data dalla Regione Toscana, dovrebbe “lavorare un team multidisciplinare, formato da medici di medicina generale e pediatri di libera scelta, infermieri, altri professionisti sanitari, personale sociale e amministrativo che garantiscono la presa in carico globale della persona, la continuità assistenziale ospedale-territorio e l’integrazione tra assistenza sanitaria e sociale”.