C’è un sottile filo rosso che lega la sentenza della Corte di Strasburgo – che ha appurato quel che è avvenuto nella scuola Diaz durante il G8 di Genova -, l’ascesa del neofascismo istituzionalizzato nei parlamenti di mezza Europa e le derive populiste della politica moderata.
Questo filo non può esser compreso con le lenti nazionali d’interpretazione della realtà; occorre fare un salto di qualità e sviluppare un’inquadratura europea della questione, l’unica
che può aiutarci a identificare e comprendere quel fil rouge di cui abbiamo appena accennato.

Gli Stati nazionali europei sono in crisi.
Il declino dei nostri paesi non è iniziato con la crisi economica giuntaci dagli Stati Uniti qualche anno fa, né terminerà con la fine della recessione, perché dipende dall’incapacità di governare dei processi globali concretizzatesi già da più di mezzo secolo, quando con una lungimiranza non comune, Einaudi definiva lo stato nazionale europeo «polvere senza sostanza».
Con la stessa lungimiranza i padri fondatori dell’Unione hanno costruito le fondamenta della
costruzione sovranazionale, la Comunità Europea. Ma le resistenze – nazionali – alla creazione di un’unione politica piena e reale hanno prodotto un risultato instabile e incompleto, soprattutto dopo il fallimento della CED (Comunità Europea di Difesa, 1954) che ha lasciato in disparte il contenuto politico del progetto di costruzione di una federazione democratica di stati e di popoli. Questo cosa ha comportato? In primo luogo, il proseguire dell’integrazione senza tenere in considerazione i pericoli della costruzione di una moneta unica senza un governo dell’economia (cioè una politica fiscale oltre ad una politica monetaria) e dunque, in seconda istanza, la costruzione di un ibrido istituzionale tra una federazione ed una confederazione, privo degli strumenti per agire nello scenario internazionale tanto quanto i singoli stati che lo compongono.
In un mondo in cui i conflitti internazionali richiedono delle risposte in politica estera efficaci, in cui i competitors economici sono degli stati-continente (i Brics), in cui i flussi migratori assumono proporzioni globali e sono legati a trasformazioni epocali di natura economica ad ecologica, come possono gli stati europei sperare di contare ancora qualcosa separati?

Ecco spiegato da dove proviene la crisi della politica nazionale e della sua incapacità di dare risposte efficaci ai cittadini europei. Quali sono i mezzi per garantire la stabilità di governo in un continente in declino privo di una costruzione democratica e identitaria sovranazionale? Fin troppo spesso sembra percorribile la via più semplice e diretta, quella che passa per il ritorno all’uso di mezzi autoritari per garantire governabilità, il facile soluzionismo millantato dal populismo per ingraziarsi le masse in vista di risultati elettorali, la paura dell’«altro» e la xenofobia utilizzati di nuovo come capro espiatorio (vedi la minoranza rom attaccata duramente sia dalla Lega in Italia che da Jobbik in Ungheria), la colpevolizzazione dell’Europa e delle sue istituzioni prive di reale potere – nonostante le decisioni vengano in ultima istanza prese dagli stessi governi nazionali, e spesso all’unanimità, creando la situazione paradossale in cui accusando i vincoli Europei essi accusano sé stessi e le loro decisioni –.

I governanti europei, nel tentativo di conservare il loro potere effimero (perché incapace di soluzioni efficaci), non stanno comprendendo che siamo posti davanti a una crisi sistemica e non di fronte a una serie di sfide disgiunte da affrontare singolarmente. La crisi economica non si può affrontare che attraverso la costruzione di un’unica politica economica; si può far fronte alla crisi politica solo creando un’unica politica estera con un unico esercito e delle istituzioni che siano veramente democratiche e rappresentative dei cittadini europei.

Eppure i nostri capi di stato hanno temporeggiato con compromessi non risolutivi davanti all’inevitabile necessità di dotarsi di strumenti federali. E ora dove stiamo andando? Qual è la direzione che si vuol prendere per il domani?
Un cambiamento di rotta in questa corsa al ribasso di valori e progresso passa anche e soprattutto per una rinnovata consapevolezza dei cittadini del senso e dell’importanza del sogno europeo. Occorre render chiaro al popolo europeo il necessario recupero del progetto politico, democratico ed identitario di questo continente o avremo perso inevitabilmente l’occasione di lottare contro il ritorno delle follie oscurantiste dei tempi passati:
l’autoritarismo dello stato, il nazionalismo e il populismo.
Tuttavia, nonostante tutti i suoi limiti e nonostante le pericolose dinamiche che stanno sorgendo, è bene tenere a mente che quest’Europa ha garantito un sogno di pace e sviluppo economico impensabili dopo gli anni di guerre quasi croniche finiti con il 1945.
Ed è bene anche ricordare che l’Europa c’è e non significa soltanto «austerità». Vi sono delle istituzioni sovranazionali e stiamo tentando di costruire uno stato di diritto che va ben oltre l’economia, che dovrebbe porre al centro la tutela dei diritti umani e la pace. Questa è l’Europa per cui dovremmo lottare ogni giorno, questo è il percorso di integrazione su cui i nostri governi dovrebbero proseguire.

Per invertire questa tendenza neonazionalista che pone in pericolo persino la tutela dei diritti umani, in questa spirale che ci sta portando indietro di decenni in termini di civiltà e progresso, occorre riportare al centro del dibattito politico l’esigenza di costruire un’Europa che tuteli e promuova prima di tutto i diritti dei suoi cittadini. Quel che è avvenuto nel 2001 a Genova e la crisi della democrazia rappresentata dalle parole di movimenti e partiti che attraversano tutto il continente è la dimostrazione che un’Europa meramente intergovernativa non è sufficiente a debellare il ritorno di tendenze antidemocratiche, xenofobe, neofasciste. Al contrario, la divisione dei popoli europei è la causa di tale regresso civile e sociale.
La Corte di Strasburgo con il Consiglio d’Europa non bastano, le istituzioni dell’Unione Europea, d’altra parte, non sono efficaci.
Per garantire davvero i diritti dei cittadini europei, per rilanciare la democrazia su un piano sovranazionale esiste un’unica soluzione che è quella più profonda e politica, che tocca il nodo ed il cuore dell’instabilità e della debolezza europea: è quella rappresentata dalla costruzione degli Stati Uniti d’Europa.
Ecco in che senso la lotta per la tutela dei diritti in Europa è in fin dei conti strettamente collegata a quella dei rigurgiti populisti e nazionali e a quello del rilancio della democrazia federale superando la sua crisi nazionale. Costruire l’Europa Unita è l’unico modo per costruire un futuro di diritti e democrazia – l’alternativa è tornare a vivere in un mondo di vecchi fantasmi – e gli europei sono troppo intelligenti per cadere ancora in questa trappola.
Più democrazia, più diritti, più Europa!