Una grande tenda bianca sulla scena del Funaro, in occasione dello spettacolo La Sposa Paracadute, è il simbolo iconico di una memoria al femminile che si tramanda da voci lontane fino a disegnare sulla tela ricordi animati come ombre cinesi.

I racconti raccolti da Francesca Giaconi percorrendo in lungo e in largo l’Italia tra le donne che hanno vissuto il secondo dopoguerra, sono i fili più nascosti e tenaci nell’arazzo della storia dei popoli.

Una trama purtroppo soltanto abbozzata, ma al contempo nelle sue fuggevoli epifanie – intervallate da frequenti, piccolissimi aneddoti impregnati di un gusto genuinamente familiare – evocativi e misteriosi come brevi frustuli risparmiati dal tempo di un grande canto corale.

Arianna Marano affiancata dalla silenziosa presenza di Eleonora Spezi, emergendo e scomparendo nella sua grande cupola di lino si fa veicolo delle voci di un paese indistinto ed identificabile, nella sua impalpabile ed autentica vivacità, soltanto nella totalità e nella mescolanza delle piccole realtà rustiche, nelle vicende di ogni borgo italiano.

Il popolino inerme ed agguerrito nel suo attaccamento alla vita, rispondeva alla disgregazione portata da un conflitto infinitamente più grande con le minute speranze quotidiane di un’esistenza senza sofismi.
La lettera del fidanzato al fronte, i meravigliosi paracaduti di seta abbandonati dai soldati sul mare.

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La giovane donna del borgo viene ritratta magistralmente nel contrasto percepibile tra la rassegnazione ai grandi eventi e la tenace sicurezza riposta nelle proprie aspirazioni domestiche, nella famiglia, nella casa, nelle nozze.
Una matassa senza nodi che si dipana con la semplicità della materia grezza sembra essere l’immagine trasmessa dalle vicende narrate, evocate, mimate da Eleonora Spezi e dai giochi di ombre che si rincorrono nelle sue mani, nell’interpretazione di una storia che ruota attorno, come ad un fuso, ad un abito da sposa, cucito in lunghe notti insonni con le tele abbandonate dei paracaduti.